Suggestioni dal 2021: alcuni film per la redazione di DassCinemag

Lo abbiamo già fatto per il 2020 e anche per questo 2021 la redazione del DassCinemag stila una lista (ovviamente parziale) dei suoi film dell’anno, senza pretesa alcuna di andare a prendere i considerati migliori o le folgorazioni a ogni costo. Non è quindi di certo una classifica, ma una serie di pareri su opere liberamente scelte dagli autori e dalle autrici che hanno deciso di partecipare.

I titoli che troverete qui di seguito hanno avuto la loro release pubblica (si considera la prima internazionale, in sala o in streaming) all’interno dell’arco solare, con esclusione quindi delle opere passate solamente nei circuiti festivalieri.

Petite Maman

La recensione del nuovo film di Céline Sciamma, Petite Maman

Petite Maman è l’ultima delicatissima opera di Céline Sciamma. Uscito in sala lo scorso 21 ottobre è un film che, svelandosi lentamente, è capace di risvegliare negli occhi del suo pubblico una curiosità fanciullesca. La piccola Nelly (Joséphine Sanz), focus centrale dell’intera narrazione, è infatti un concentrato di esperienze e domande ancora irrisolte, tipiche della sua giovane età.

Sono infatti l’istinto e l’incessante desiderio di scoperta a stimolare i pensieri e le azioni della protagonista che, più consapevolmente di quanto un adulto possa credere, indaga il significato di sentimenti profondi ancora inesplorati come il dolore per un lutto, la nostalgia, l’amore materno. La regista, nonché sceneggiatrice, riesce a realizzare un film che sembra una intima lettera d’amore rivolta alle donne, e più in particolare dedicata alle mamme, all’interno della quale, grazie anche a un espediente scenografico quasi fiabesco (una vecchia casa immersa nel bosco), inizia la magia.

di Aurora Cusumano

Re Granchio

Re Granchio, recensione film di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, DassCinemag

Clamorosamente interessante, in prospettiva, la carriera di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis. Con Re Granchio, loro esordio al lungometraggio, possiamo già affermare con certezza la fine di un percorso, una vetta che i due registi romani raggiungono, proprio come il Luciano interpretato da Gabriele Silli farà nel finale di questa pellicola. L’atmosfera del loro cinema è alimentata da un flusso continuo di voci che, da Belva nera e passando per Il Solengo, si alternano, si scontrano e confluiscono in un grande racconto popolare dal sapore western. La parola come generatore di immagini, di mondi fantastici e irraggiungibili.

Ma l’enorme pregio non sta nella singola composizione dell’immagine, o nel grande apporto che fornisce Vittorio Giampietro alle musiche (ahinoi poco menzionato, soprattutto per la collaborazione di Giovanna Marini) ma nell’intero archivio di icone che dal primo cortometraggio contraddistingue il cinema di Rigo de Righi e Zoppis. La pantera, il casolare dove i cacciatori si riuniscono, l’Ottocento italiano di provincia e, infine, il granchio del titolo, protagonista di una seconda parte in Patagonia che lascia a bocca aperta. Facciamoci tutti quanti un favore: ogni volta che vogliamo parlare di futuro del cinema italiano, non ignoriamo opere come Re Granchio.

di Luca Di Giulio

Dune

Dune recensione film Denis Villeneuve DassCinemag

Era circa metà settembre quando finalmente sono tornato al cinema dopo non ricordo nemmeno più quanti mesi di chiusura delle sale. Il film che ero andato a vedere era Dune, l’ultima fatica di Villeneuve che aveva visto slittare la distribuzione di quasi un anno e che era stato presentato poche settimane prima al festival del cinema di Venezia, il giorno del mio compleanno. Ricordo però che entrai in sala con un desiderio specifico: avrei voluto un’esperienza cinematografica, ovvero che Dune mi restituisse l’esperienza sensoriale unica della sala. Non sono rimasto deluso.

I paesaggi monumentali di Arrakis hanno lo spazio che si meritano sul telo della sala, mentre le bellissime musiche di Hans Zimmer fanno vibrare le poltrone. Le luci erano spente e io ero completamente immerso in una storia epica e classicissima ambientata in questo mondo futuristico costruito con una logica perfettamente coerente e una direzione artistica decisamente ispirata. Mi sono esaltato: ero un bambino in un negozio di caramelle, o meglio, ero uno spettatore che si godeva uno spettacolo e per due ore mi sono dimenticato come si analizzano le sequenze e come si recensiscono i film. Ricordo di aver pensato: meno male che non dovrò mai scriverci un articolo.

di Roberto Dragone

Sir Gawain e il Cavaliere Verde

Sir Gawain e il Cavaliere Verde recensione film Prime Video

Il rischio maggiore per un film come Sir Gawain e il Cavaliere Verde era quello di risultare pretenzioso. Lo sceneggiatore e regista David Lowery invece ci regala un prodotto ambizioso ma non borioso, rielaborando un anonimo romanzo del ciclo arturiano vecchio di ottocento anni. Il giovane Gawain (interpretato da Dev Patel) decide di inseguire gloria e onore accettando un gioco mortale con il misterioso Cavaliere Verde. Il suo è un viaggio dell’(anti)eroe sospeso, in cui prove  e incontri si affastellano senza uno scopo definito, spesso senza una vera e propria conclusione.

La stratificazione di significati e l’audace, ma bellissima, fotografia di Andrew Droz Palermo non rendono semplice la fruizione del film. Tuttavia per apprezzare al meglio l’ultima fatica di Lowery è probabilmente necessario smettere di pensare e abbandonarsi totalmente a questa lunga allucinazione in veste medievale. Tante sono le domande che Sir Gawain e il Cavaliere Verde lascia insolute, ma il mistero più grande è la non distribuzione nelle sale italiane. Alla fine quel che maggiormente resta è il rammarico per non aver potuto vivere al cinema quell’immersione totalizzante che un film del genere avrebbe meritato.

di Floriana Durante

Titane

La recensione di Titane, Palma d'oro a Cannes

Poteva forse mancare Titane in un pezzo dedicato alle suggestioni dal 2021? La pellicola di Julia Ducournau è infatti quanto di più suggestivo il cinema ci abbia regalato quest’anno. Un film di genere, un horror, un film d’autore (d’autrice), un film ibrido insomma che riflette nell’essenza i temi di cui tratta.

La trama è nota: Alexia (Agathe Rousselle) resta incinta di una macchina, durante una delle scene più sfavillanti e deliranti del 2021. Un delirio che però non offusca la lucidità di questo film, l’unico in grado di catturare e restituire quanto stiamo vivendo. Un film che è un manifesto, di cui porteremo il ricordo impresso non solo nella memoria, ma nel corpo tutto, in ogni singolo muscolo contratto durante la visione.

Perché Titane è un’opera che si sente prima di tutto con il corpo, con le viscere. La dimensione razionale arriva solo in un secondo momento, dopo l’impatto che le immagini hanno avuto sulle membra sconvolte di chi guarda, spettatore inerme in balia di una visione disturbante a tal punto da diventare estatica.

di Lavinia Flavi

Ultima notte a Soho

Last Night in Soho

Edgar Wright ritorna alla regia con Ultima notte a Soho, confezionando un lavoro strabiliante e innovativo. Una storia controversa, un misto tra dramma e thriller con punte di noir a tinte horror,  che racconta la storia di una giovane donna ed un mistero da risolvere. Un ritratto femminista evidente, travolgente a livelli altissimi in tutti i suoi punti.

L’utilizzo delle luci è studiato accuratamente per regalarci una fotografia ipnotica che ritrae ambientazioni in modo ricercato e disturbante. La recitazione è sublime, con interpreti azzeccati (Anya Taylor-Joy, Thomasin McKenzie e Matt Smith) e ruoli magistralmente strutturati, ricchi di sfaccettature ed incoerenze proprie dell’umanità stessa. La regia è incalzante e scorrevole, capace di confezionare in due ore una poetica pura. Un film eccellente, con alcune pecche, ma che lascerà ammaliati i suoi spettatori.

di Alessio Frongia

Pino

Pino film MUBI

Pino racconta la vita e la dirompente – seppur breve – carriera dell’artista Pino Pascali. Il documentario è realizzato da Walter Fasano, noto montatore di fiducia di Luca Guadagnino. Principale fonte d’ispirazione del lavoro è il cortometraggio del francese Chris Marker La Jetée del 1962; un cortometraggio di fantascienza decisamente atipico per il fatto di essere quasi esclusivamente narrato attraverso delle fotografie. La fantascienza di Marker è “traslata”, c’è sempre un qualcosa in più rispetto a ciò che l’immagine sembra testualmente racchiudere, viene suggerito qualcosa che va ben oltre i confini di quanto narrato sullo schermo.

Così è anche Pino. La narrazione si sviluppa nella quasi totalità attraverso delle fotografie ma che riescono, grazie specialmente al suono, a suggerire che ci sia qualcosa di più in capace di dare la sensazione di un mondo vivo, vibrante oltre la singola immagine ferma. È interessante approcciarsi a questa particolare modalità narrativa – questa “opera aperta” per dirla come farebbe Umberto Eco – pensando di assistere ad un’opera d’arte concettuale: vedendo ciò che in prima istanza ci appare davanti agli occhi per poi ragionarci sopra e trovare un senso-Altro, secondo, dando il senso completo di realizzazione del documentario/opera grazie alla nostra fruizione di spettatori.  

di Francesco Gizzi

Luca

Luca su Disney+

Molti film si basano sull’archetipo narrativo del cosiddetto “pesce fuor d’acqua”, ma pochi lo sfruttano alla lettera come Luca. Il protagonista è difatti una creatura acquatica che vive con la sua famiglia al largo della costa ligure, l’equivalente sottomarino di un pastorello, che si prende cura di un buffo “gregge” di pesci. Il suo fatal flow, per così dire, è la curiosità, fisiologica per un ragazzino, stuzzicata per di più dai continui avvertimenti dell’apprensiva madre.

Come molti protagonisti animati prima di lui (per citarne alcuni: Ariel, Nemo e la recentissima Vaiana), Luca sfida l’autorità dei genitori in nome dell’avventura. Un po’ sirenetta e un po’ Pinocchio, egli è un eroe dalle radici folkloristiche, con una personalità moderna e un pizzico di sana ribellione. A differenza di altri recenti lungometraggi Pixar, Luca mira ad essere suggestivo piuttosto che sconvolgente. Venuta meno l’ambizione filosofica di un Inside Out o di un Coco, troviamo una storia divertente e in qualche modo familiare su amicizia, lealtà e competizione, con uno sfondo senz’altro pittoresco.

di Luca Iencarelli

Pieces of a Woman

Pieces of a Woman

Seneca diceva “Lieve è il dolore che parla. Il grande dolore è muto.” Questo è quello che Kornél Mundruczó vuole trasmettere attraverso Pieces of a Woman, il dramma di una donna che affronta il lutto per la perdita della figlia appena nata in un silenzio tetro e spaventoso. Tutto il film ruota intorno a questo dolore, un dolore che mangia fin dentro le ossa Martha (Vanessa Kirby) e quando arriva al culmine però si trasforma, rinascendo in qualcosa di diverso. Circa venti minuti di piano-sequenza dove ci si immerge in un’atmosfera intensa, forte, estrema. La macchina da presa si infiltra, a volte imponendosi con delicatezza, a volte sbirciando, come a voler dare la privacy a due persone che stanno vivendo il momento più importante della loro vita.

Si squarcia il velo fra realtà e finzione: sembra di essere lì con loro, in attesa della gioia più grande che la coppia riceverà a breve. E poi tutto cambia. Tutto è in bilico. Vita e morte si incontrano, si salutano e poi scelgono chi prendere, aprendo le porte ad un pathos difficile da non sentire. Adesso il dolore deve convivere con l’andare avanti della vita, cosa necessaria. Ma c’è. Non è evidente, è palpabile. Non si vede tanto con gli occhi ma lo si sente con il cuore, il che lo rende ancor più invasivo e crudo. Sei lì e pensi: chi sta vivendo quella perdita? Tu o loro?

di Valeria Maiolino

Spider-Man: No Way Home

Spider-Man: No Way Home recensione film

Cos’è il cinema? “Emozione”. Il cinema è un vortice di emozioni, è quel qualcosa che ti fa rimanere incollato alla sedia anche per tre ore consecutive, facendoti addirittura aspettare mille titoli di coda, nonostante non sei del settore e poco capisci di quelle scritte, pur di poterne assaggiare un altro po’. È quell’emozione che ti fa tornare bambino, quando tutto era magico, facendoti ridere, spaventare, piangere, emozionare. Facendoti avere un colpo al cuore mentre speri che qualcosa accada o non accada.

Quando nel 2019 Martin Scorsese, in occasione dei dibattiti sul Joker (“cincecomics fuori genere o no?”), disse che i cinecomics non erano cinema, Paul Thomas Anderson (che forse è il regista che cura  in modo più maniacale ogni minimo aspetto dei suoi film) ha confessato che mentre era in sala a vedere Avengers: Endgame ha voluto registrare le reazioni (o emozioni) del pubblico. È questo il bello di vedere un film al cinema e non a casa, quell’onda emozionale che si viene a creare e di cui tu fai consciamente o inconsciamente parte. Nel 2021, in un clima dove si ha bisogno di ricominciare a sentire quella vicinanza e quella presenza di un luogo, che sta vedendo perdere la sua importanza fisica, secondo anche il regista californiano, non si può non prendere in considerazione un film come Spider-Man: No Way Home.

L’ultimo film della collaborazione Sony-Marvel/Disney, è imperfetto, con una trama forse a tratti semplicistica, eppure sono quasi tre ore in cui si sta col fiato sospeso, in cui si freme dalla speranza di sentire e vedere determinate frasi e azioni, in cui ti dimentichi di tutto ciò che hai intorno, ritornando ad avere la “Spielberg’s face” come quando eri bambino. È un film che se ne frega della storia, ma che ha tutto il potere di farlo, creando quel vortice di emozioni di cui si parlava all’inizio. E alla fine proprio per questo, se si parla di quale sia il miglior film del 2021, non si può non citare Spider-Man: No way home, per la sua capacità di esprimere la vera forza del cinema stesso.

di Macha Martini

The Father

The Father recensione film

The Father, diretto da Florian Zeller, si struttura sul punto di vista di un uomo malato di Alzheimer, Anthony (interpretato dall’iconico Anthony Hopkins), e si colora con le struggenti musiche di Ludovico Einaudi. Le dimensioni dello spazio e del tempo si confondono tra loro dando vita ad una realtà sorprendente coerente, che sfida le regole di causa ed effetto e restituisce un senso di delicato straniamento.

Qual è la verità? Cosa accade realmente nella vita del protagonista? Difficile dirlo, e questa è una delle particolarità del film, la sua capacità di infondere nello spettatore la spinta ad ipotizzare, a tentare di mettere insieme i pezzi. Non è solo una storia sulla malattia, sulla senilità, ma è soprattutto una storia sulla famiglia, che ci ricorda anche quanto sia totalizzante ma al tempo stesso necessario prendersi cura di un altro essere umano nel suo stato di massima fragilità.

di Francesca Nobili

Judas and the Black Messiah

Uno scontro politico che prende in prestito icone religiose per porsi come segmento di una guerra in realtà millenaria tra chi comanda e chi vuole emergere. Questo è ciò che Judas and the Black Messiah lascia ad intendere, collocando Fred Hampton (Daniel Kaluuya), il giovanissimo rivoluzionario, sul piano di infaticabile predicatore della pace e della giustizia sociale. A renderlo martire di questa storia è William O’Neal (Lakeith Stanfield), emissario dell’FBI sempre più in lotta con se stesso che tenta di avvelenare dall’interno la rete delle Pantere Nere.

La strategia bellica è una costante drammatica che sostiene il film, alla quale si accostano i movimenti e le decisioni prese dai protagonisti per uscire vincenti da quel crudele conflitto che vedeva Chicago tra i principali campi di battaglia. Il film diretto da Shaka King è una piena realizzazione dell’autorappresentazione afroamericana in un’insenatura storica complicata, più di quanto si creda, rivelando l’eterogeneità – talvolta dolorosa e controproducente – dell’intera platea in opposizione a un reazionismo sistemico negli Stati Uniti degli anni Sessanta.

di Simone Orazi

Lamb

Lamb recensione film

Presentato al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard, Lamb è l’esordio al lungometraggio dell’islandese Valdimar Jóhannsson distribuito nelle sale americane dall’A24. Maria (Noomi Rapace) e Ingvar (Hilmir Snær Guðnason) sono una coppia di sposi che vive in una fattoria tra le montagne scandinave. Segnati da un profondo lutto, i due faranno una scoperta nell’ovile che gli cambierà la vita. I campi lunghi e la scenografia mozzafiato fanno da sfondo a una vicenda grottesca, surreale, immersa in un’atmosfera tesa e sospesa.

Figurando Béla Tarr tra i produttori esecutivi, il film può essere letto come una metafora sull’egoismo e la hybris dell’uomo come animale e sul devastante impatto che i suoi comportamenti creano sulle creature più fragili del pianeta Terra, ma è anche una riflessione sul diverso e sulla sottile demarcazione tra familiare ed estraneo. Sicuramente uno dei film più interessanti di questo 2021.

di Marianna Peperna

Bad Luck Banging or Loony Porn

Cosa è osceno? Questo è la prima domanda che si pone Bad Luck Banging or Loony Porn, lungometraggio di Radu Jude, premiato con l’Orso d’Oro alla Berlinale. Lo è un porno girato da una insegnante col suo compagno caricato per errore su internet e che scatenerà un processo ai danni della prima, nell’epoca in cui non c’è più distinzione tra pubblico e privato? La risposta per il regista rumeno è chiara. No. Ad essere osceno, in una società razzista, ipocrita e sessista è l’abuso di potere e il capitalismo in quanto nuova dittatura capillare e invisibile.

Cosa può svelare questo orrore? Il cinema e il montaggio, inteso in senso epistemologico, come creatore di concetti. Un cinema dialettico che si articola su tre fasi: tesi-antitesi-sintesi. Nella prima la finzione viene innestata su un background reale, mettendo in crisi la comprensione del reale. Nella seconda si assiste allo smascheramento della finzione delle immagini, che si vogliono presentare come vere, attraverso la loro ri-significazione. Nella terza la “realtà” passa attraverso la fiction in un regime scopertamente finzionale. Un cinema che svelando la propria artificialità ci rende consapevoli dell’assurdità delle costruzioni del passato e del presente e che soprattutto ci restituisce la libertà di pensare.

di Federico Rinaldi

Pig

Pig recensione fim Nicolas Cage DassCinemag

Il debutto alla regia di Michael Sarnoski, capitanato dall’eccellente duo Nicolas Cage – Alex Wolff, riesce a trascendere svariati generi cinematografici per creare un’identità tutta sua. Giocando con le regole del revenge thriller, del character study e del family drama, Pig unisce un comparto narrativo originale, stratificato e brillante ad un lavoro di fotografia che conferisce alla pellicola una tiepida atmosfera autunnale, il tutto con un budget minuscolo.

La premessa del film è talmente semplice da permettere allo staff di sperimentare, portando la storia in miriadi di direzioni diverse senza commettere il minimo passo falso. Il risultato finale è un film equilibrato, non troppo lungo e ambizioso abbastanza da non spingersi mai oltre i limiti di budget, offrendo comunque il massimo del potenziale. Pig è una sorprendente perla rara, e uno dei migliori film dell’anno.

di Giacomo Simoni

Atlantide

Atlantide recensione film Yuri Ancarani DassCinemag

Atlantide di Yuri Ancarani, passato in Orizzonti alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia di quest’anno e poi per pochissimi giorni in pochissime sale, parla soprattutto della totale caduta dei sogni, che sono una faccendaccia da lasciar perdere, da accantonare pure se hai solo vent’anni perché poi lì dentro finisci per perdertici. Piuttosto valgono altre leggi, come quella del tachimetro e dello sfrecciare a bordo di barchini ultramodificati verso una meta irragiungibile e che probabilmente manco esiste al di fuori di quell’atto d’espressione poi orfano di risposta (ve lo ricordate lo sparare nel vuoto armati di enormi fucili da guerra nel Gomorra di Garrone?)

Quello di Ancarani è un film su un’Apocalisse generazionale, su uno stordimento collettivo che lo sceneggiatore e regista imprime su schermo tra sguardo sincero e ironia a partire da poco più che un canovaccio. Soprattutto è il film del volto di Daniele Barison, tra i più sconfinati e struggenti del cinema italiano recente, che solo a guardarlo fisso per alcuni istanti squarcia il petto in due, mentre tutto attorno si fa parabola sghemba, affascinante, attraente, respingente, feroce, dolorosa.

di Alessio Zuccari

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