#Venezia78: Dune, recensione del film di Denis Villeneuve

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Magniloquente, ambizioso, contemplativo, mozzafiato, estenuante. Potremmo andare avanti ancora per molto a trovare aggettivi adeguati con cui descrivere Dune, ultima impresa di Denis Villeneuve che si confronta con un pilastro della narrazione fantascientifica come lo è l’omonimo romanzo di Frank Herbert. E lo è davvero un’impresa, presentata Fuori concorso alla 78esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, se non fosse solo per il coraggio di tornarsi ad approcciare a una pietra miliare di questa portata a quasi quarant’anni dal disastroso adattamento diretto da David Lynch.

Che poi, quello di Lynch, disastroso lo è stato soprattutto perché la versione uscita nei cinema era un film castrato, monco e follemente privato di una quantità di girato tagliata via in fase di montaggio. Dune richiede tempo per dispiegarsi, per svelarsi. Almeno questa lezione sembra essere stata appresa e infatti i titoli di testa della nuova versione mettono subito in chiaro come si stia per entrare all’interno della prima parte di un dittico che promette di concedersi il giusto tempo, quello adeguato, quello necessario.

Villeneuve torna quindi al sci-fi di un certo spessore, dopo i magnifici Arrival e Blade Runner 2049, sedendosi in writing room assieme a Eric Roth e Jon Spaihts. Il trio ingaggia l’opera con un rispetto che ha del reverenziale, vi si approccia con la consapevolezza di avere tra le mani un testo sacro. Sacro inteso nel senso puro del termine, quasi una Bibbia, da costituire per immagini attraverso una diligente preparazione del cerimoniale, reso in modo meticoloso e studiato nel minimo dettaglio come un elemento qualificante e parte strutturale.

La regia di Villeneuve fa estremo affidamento sulle scelte di design, in materia di VFX (Paul Lambert, Gerd Nefzer) e di costumi (Jacqueline West, Bob Morgan), semplici ma non banali e per questa ragione efficaci, in grado di parlare da sé e comunicare più di quanto facciano molte altre scelte narrative. Perché sì, Dune è visivamente spettacolare, girato con grande dispiego di mezzi in un vero deserto – quello della Giordania (su pressione del regista) -, ed è un’esperienza estatica riservata allo sguardo, da fruire con senso compiuto solamente sul grande schermo.

Ma Dune, parallelamente, è anche un lavoro che rifugge quasi del tutto la volontà di dare uno spessore reale ai propri personaggi, quasi sempre in secondo piano rispetto agli ambienti in cui sono immersi o alle vesti che indossano. La maggior parte di loro sono ai limiti dell’impalpabile, dalle parti dell’ingranaggio. Di certo non si può dire che manchino i nomi di spessore, che vanno da Oscar Isaac a Josh Brolin, da Jason Momoa a Rebecca Ferguson, passando per uno Stellan Skarsgård che nei panni del minaccioso barone Vladimir Harkonnen in alcuni frangenti pare addirittura il Kurtz di Marlon Brando. Ma la star che dovrebbe brillare è una, il protagonista Timothée Chalamet (Zendaya è presenza fantasmatica, avrà maggior rilievo nel secondo capitolo), che eppure è quasi incolore e flebile nel prestare il corpo a Paul, futuro duca della casa Atreides.

Ma sull’inoltrarsi nelle quasi due ore e quaranta di film è l’insieme a farsi composizione esigente di una pazienza che è legittimo non essere disposti a concedere, nonostante Dune ambisca a porsi con una statura monumentale propria solamente delle space opera e dei grandi kolossal di un tempo. Si guarda a Star Wars (che dal romanzo di Herbert prese moltissimo), ma con un’austerità che pesca anche da opere precedenti di Villeneuve come Incendies e proprio Blade Runner 2049, e dopo un po’ si dissolve la carica auratica. Perde con colpa l’attenzione dello spettatore, bombardato di magnificenza sulla retina, perché mai realmente lo invita all’interno di un universo che concede in tutto e per tutto a un complesso world building che poi si disinteressa di popolare con creature di carne e ossa.

Senza la seconda parte è impossibile giudicare in modo opportuno Dune, e la Chani di Zendaya ci assicura in chiusura che questo è soltanto l’inizio. Viene naturale domandarsi se non sia stato però già anche troppo.

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