#Cannes74: Lamb, recensione del film di Valdimar Jóhannsson

Lamb recensione film

Il film Border – creature di confine ha sicuramente segnato l’inzio di qualcosa, un’onda anomala di storie che, all’interno di un profondo realismo, inseriscono temi paranormali o tradizionalmente horror. Forse all’origine di questo nuovo modo di raccontare il fantastico e il terrore c’è l’immortale Esorcista di William Friedkin oppure il capolavoro Shining di Stanley Kubick, e forse anche la spinta più moderna deriva dal pregiato The Witch di Robert Eggers. Ma fatto sta che il cinema riscopre tematiche del terrore legate a storie tradizionali rurali con opere realiste e perturbanti dove nella normalità quasi documentaristica irrompe improvvisamente il surreale e l’impossibile.

Valdimar Jóhannsson ha esordito come set dresser di Batman Begins nel 2005, facendosi le ossa come operatore e tecnico degli effetti speciali sui set del Trono di spade, Prometheus e Rogue One. Per Lamb (trailer), suo esordio come regista e sceneggiatore, ha scelto la carismatica Noomi Rapace come protagonista. L’indimenticabile Lisbeth Salander dei primi adattamenti di Millennium si mostra tutt’ora incredibilmente capace, con una presenza scenica folgorante ed una capacità di esprimere una vasta gamma di sentimenti e tormenti solo con la forza dello sguardo e del corpo.

La storia si svolge in una fattoria isolata, perduta nello spazio e nel tempo, in una dimensione fatta di silenzi, agnelli che razzolano ed osservano gli umani ed una coppia silenziosa che alleva gli agnelli e lavora i campi. In questo silenzio bucolico irrompe ogni tanto un respiro, qualcosa di diverso osserva la vita dei fattori umani, qualcosa di violento, bestiale, istintuale, un mondo diverso celato nella montagna che sovrasta la fattoria.

Un giorno i fattori aiutano la nascita di un agnello, uno dei tanti che vediamo estratti dalle madri nel film, ma di questo abbiamo subito sentore che sia diverso. La camera non mostra nulla di più della sua testina da tenero agnellino, ma la coppia lo tratta da subito in modo diverso. La piccola Ada cresce in casa, allattata da un biberon, avvolta nelle copertine, dorme in una culla alla destra della madre adottiva umana. Mentre la madre naturale reclama la nascitura con l’indifferenza non spiegata degli umani, Ada vive protetta nella casa, accudita, pulita e coccolata da carezze e ninna nanne.

L’intero primo atto del film si svolge così, nel silenzio di gesti che fanno pensare ad una follia esplosa fra i coniugi e solo pochi secondi prima della fine dell’atto finalmente scorgiamo da sotto la copertina di Ada un qualcosa di più. Il resto del film è un viaggio nelle leggende nordiche folk con notevoli momenti di recitazione ed immagini altamente suggestive della vita in montagna. Solo alla fine saremo partecipi dell’orrore che permea silenziosamente il film, comprenderemo il respiro, incontreremo l’oscurità bestiale che si cela nella montagna.

Un film di alto livello destinato ad un pubblico colto e paziente, più abituato al cinema di qualtà che a quello di genere, fuori dai canoni dell’orrore e chiaramente verso una forma di autorialità cinematografica che non disdegna il fantastico senza dimenticare la scuola di cinema rigorosa e realista della vecchia Europa.

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