Titane, recensione: un (altro) manifesto per cyborg

Titane recensione film Julia Ducournau DassCinemag

Eccolo finalmente “il film mostruoso” che si è aggiudicato la Palma d’oro a Cannes, il secondo lungometraggio di Julia Ducournau che non ha bisogno di presentazioni, che le ha permesso di stringere tra le mani un riconoscimento vinto da una donna una volta soltanto prima di lei. Ed è curioso – sintomatico – che del trionfo di Titane (trailer) se ne sia fatta una questione di genere, perché se c’è una cosa che alla fine del film appare dilaniata è proprio la narrazione alla base di quel costrutto che il genere è. E al netto di ciò Ducournau de-costruisce, generando una narrazione nuova e convertendo quelle stantie, così come converte il dolore in piacere, il trauma in passione viscerale.

Ed è proprio dalle viscere che prende le mosse Titane, quelle di una macchina, prima di contorcerle allo spettatore, di penetrargliele. E comincia a penetrarle con l’incidente d’auto che dà il via alla storia, a seguito del quale alla protagonista Alexia, qui ancora bambina, verrà impiantata nel cranio una placca di titanio. Eterno indistruttibile titanio. Iniziano a intravedersi le tinte cyberfemministe che colorano il film. Dopodiché Alexia è già adulta e interpretata da una fenomenale Agathe Rousselle al suo debutto cinematografico. È una ballerina sensuale che per le macchine ha sviluppato una particolare attrazione dopo l’incidente. Eros e thanatos.

Ebbene, è da quell’attrazione che cominciano a delinearsi le lettere di una delle parole strillate da ogni frame del film (perché no, Titane non sussurra, mai): riappropriazione. Riappropriarsi dello sguardo, di un punto di vista che possa tramutare il racconto. Alexia balla sulle macchine, e da quant’è che vediamo le donne vicino alle macchine. Ma qui è diverso. Il racconto lo è. Questo racconto non vuole più la donna oggetto, la vuole soggetto affianco a tutti gli oggetti del maschile, a tutti i simboli fallici. Finché non la vuole neanche più donna, questa donna, in un’ode non-binaria alla persona.

La recensione di Titane, Palma d'oro a Cannes

Alexia è spietata, arrabbiata. La protagonista che finalmente non è più vittima e ha fino in fondo il coraggio di essere carnefice, in questo film delirante e al tempo stesso così lucido. Un film che cresce dentro, come la creatura nella pancia di Alexia. Una nuova concezione del racconto che porta a un concepimento. A un’immacolata concezione. E se non si può definire immacolata perché l’atto sessuale (ma non carnale, o meglio, non solo) c’è stato, quell’atto sessuale che tanto ha sconvolto il pubblico fatto di corpo e lamiere, donna e macchina, possiamo comunque definirla santa. Questi sono finalmente holy motors.

Vogliamo dire “nel nome del padre”? Perché no, dal momento che Titane è anche un film di padri. In mezzo a tutta la rabbia c’è posto per l’amore. Un amore aldilà di ogni legame eccetto quello della scelta, il più importante, quello che rende l’amore consapevole. Scegliere chi amare e scegliere chi essere, modellando il proprio corpo. Ecco che il cinema di Ducournau mette di nuovo al centro del discorso le membra dei personaggi, ma soprattutto degli spettatori, che si agitano sulla poltrona del cinema, senza scampo in balìa dello schermo, come è giusto che sia per questo film, da vedere in una sala dove premere un tasto non può salvarti.

E se abbiamo detto “nel nome del padre”, possiamo dire anche “nel nome del figlio”. Dobbiamo dirlo, anzi, perché una creatura in fin dei conti c’è e non la si può ignorare nel suo tentativo di comunicare qualcosa. Titane è un film che parla direttamente alla generazione corrente e lo fa meglio di chiunque altro. Mostra un futuro che sembrava essere precluso sin dall’inizio alla Gen-Z, la generazione della fine. E invece dopo l’ultima lettera dell’alfabeto, al termine del percorso stabilito, cosa c’è? Il vero inizio. La libertà.

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