The Falcon and The Winter Soldier, la recensione della serie su Disney+

The Falcon and The Winter Soldier

The Falcon and The Winter Soldier è uno statement, ossia una dichiarazione ufficiale rilasciata dai Marvel Studios presieduti dal demiurgo Kevin Feige. È la conferma che il più grande universo cinematografico della storia del cinema ha sempre – a partire da Iron Man (J. Favreau, 2008) – intercettato le principali questioni geopolitche ed etico-culturali della contemporaneità. Dalle implicazioni della Guerra al Terrore presenti nel trauma soggettivo che forgia Tony Stark (Robert Downey Jr.) fino ad arrivare all’America di oggi contrassegnata dalla lotta per i diritti civili del Black Lives Matter, l’MCU ha sempre costituito un importante controcanto fantastico e trasfigurato delle istanze sociali che affliggono gli Stati Uniti. Dopo il successo di critica e pubblico di WandaVision, il 19 marzo è approdata su Disney+ The Falcon and The Winter Soldier (qui il trailer), la seconda serie televisiva legata alle vicende del Marvel Cinematic Universe.

La serie creata da Malcolm Spellman e interamente affidata alla regia di Kari Skogland – a conferma della scelta editoriale di Feige di affidare sempre più progetti a donne registe, tra le quali vanno indubbiamente citate la vincitrice del premio Oscar Chloé Zhao, regista di The Eternals, e Cate Shortland, regista dell’attesissimo Black Widow – si colloca sei mesi dopo i fatti di Avengers: Endgame, nel contesto di una nazione che deve affrontare le conseguenze di un nuovo ordine mondiale e numerose tensioni sociali interne. In questo scenario Sam Wilson (Anthony Mackie) alias The Falcon e Bucky Burnes (Sebastian Stan) alias The Winter Soldier saranno costretti a collaborare ancora una volta per contrastare un’organizzazione terroristica, i Flag-Smashers, guidati da una misteriosa mastermind di nome Power Broker, che compie attentati in diverse capitali con l’obiettivo di riportare l’ordine mondiale allo stato precedente al Blip, ciòè a prima della ricomparsa della metà della popolazione mondiale che era svanita nel nulla a seguito dello schiocco di Thanos in Avengers: Infinity War.

In primo luogo, è interessante constatare che, secondo i piani dei Marvel Studios e di Disney+ pre-pandemia, The Falcon and The Winter Soldier avrebbe dovuto essere il primo prodotto della Fase Quattro ad essere rilasciato sulla piattaforma e non WandaVision. Infatti, ciò è comprensibile se si considera la narrazione sperimentale e la componente mystery che caratterizza quest’ultima e la si mette a confronto con la narrazione di The Falcon and The Winter Soldier, decisamente più classica rispetto al filone dei cinecomics, e che riprende le atmosfere (ben riuscite in casa Marvel) del thriller spionistico-fantapolitico alla Captain America: The Winter Soldier (Fratelli Russo, 2014). Inaugurata da un episodio pilota entusiasmante, solido e che regala una delle sequenze action più spettacolari ed elaborate nella storia della serialità complessa, la serie sin da subito esibisce la sua vocazione transnazionale, sia in termini di location, permettendo in tal modo a Sam e Bucky di intraprendere un’avventura da globetrotters in giro per alcune delle principali capitali europee e mondiali, sia in virtù di alcuni discorsi e tematiche di ampio respiro, come la questione dei rifugiati, capaci di suscitare una risonanza internazionale.

La premessa drammatica della serie si fonda sul concetto di legacy, ovvero sul peso dell’eredità dello scudo che Steve Rogers (Chris Evans) alla fine di Endgame consegna a Sam, un eroe afroamericano che pensa di non poter rappresentare al meglio il volto della nazione, e che per tale motivo affida a sua volta lo scudo al governo. Da questo presupposto narrativo si dipanano le due linee parallele attorno alle quali si sviluppano le vicende della serie. Da una parte il viaggio dei due (super)eroi: Sam che dovrà accettare di farsi simbolo della sua cultura per diventare, forse, il Captain America di tutti i volti dell’America; e Bucky, un eroe profondamente traumatizzato ed affetto da PTSD che, dopo aver ricevuto la grazia da parte del governo, con un sostegno terapeutico deve affrontare un processo di working through, un percorso di superamento e rielaborazione dell’esperienza traumatica, di accettazione della colpa e della vergogna per i crimini commessi in passato sotto le vesti del Soldato d’Inverno. Dall’altra, invece, la serie tratta dello stato presente di un’America ancora oggi divorata dai conflitti interni, e lacerata dalle discriminazioni razziali ai danni degli afroamericani e non solo, ragion per cui sono costanti gli echi del Black Lives Matter.

Tutto ciò ha un impatto ancora maggiore se si pensa che la serie è stata scritta, prodotta e realizzata durante la presidenza Trump, in un periodo in cui l’umore della nazione non era ancora sintonizzato su larga scala sulla realtà dell’insediamento della presidenza di Biden. In questo senso il quarto episodio intitolato Il mondo intero ci guarda offre l’epilogo visivamente e drammaturgicamente più violento di tutto il macrotesto del MCU. Ancora una volta ci sono vite più sacrificabili di altre. Ancora una volta la Whiteness contro la Blackness, e il peso dei retaggi de Il fardello dell’uomo bianco decantati da Rudyard Kipling.

Tuttavia, la scrittura della serie è molto spesso problematica, sia in rapporto alla costruzione e alla gestione dei personaggi vecchi e nuovi, sia in rapporto alla struttura del singolo episodio. Ci vuole un’alta sospensione dell’incredulità per tollerare certe ingenuità e certe svolte repentine nello sviluppo della storia. A tal proposito sei episodi a tratti risultano essere troppo pochi. Di fatto però, nonostante la presenza di tali criticità, davanti ad un’opera del genere e al suo grande impatto emotivo, a parere di chi scrive risulta difficile fare un’Anatomia di una storia, per citare John Truby, uno dei pilastri della manualistica statunitense.

The Falcon and The Winter Soldier, infatti, si configura, insieme a Black Panther (R. Coogler, 2018), come il testo più urgente dell’universo cinematografico a cui appartiene, un testo capace di problematizzare un discorso sull’identità americana e sul principio di responsabilità di una politica ancora legata a logiche secessioniste. Tornano nel cast alcuni vecchi personaggi come il Barone Zemo (Daniel Brűhl), e Sharon Carter (Emily VanCamp), entrambi decisamente mal gestiti, e ne vengono introdotti di nuovi, tra i quali spicca il personaggio di John Walker (Wyatt Russell), il nuovo Captain America governativo che regala la performance più convincente di tutta la serie. The Falcon and The Winter Soldier è una serie a tratti pesantemente didascalica e frequentemente lacunosa, ma necessaria e assai coraggiosa nel testimoniare e consegnare le fratture e le contraddizioni dell’immaginario americano. Forse è solo fictional, ma parla del reale.

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