Su Netflix: Death to 2020, la recensione

death to 2020 su Netflix

Il 2020 è stato un anno colmo di avvenimenti importanti sotto vari profili, da quello politico a quello culturale. Tante occasioni oltremodo interessanti per i cineasti, i quali, ora che l’anno è concluso, possono approcciarsi ai fatti accaduti in modo critico per poterli analizzare sotto il profilo cinematografico. E Charlie Brooker, ideatore e autore di Black Mirror, non si lascia sfuggire l’opportunità e propone Death to 2020 (trailer), un mockumentary sul 2020, ovvero «un anno così memorabile che hanno raddoppiato il nome». Questo lavoro è fortemente diverso dalle trame distopiche a cui Brooker ci ha abituati con Black Mirror, in quanto ci troviamo dinnanzi un finto documentario composto da interviste recitate da attori noti, i quali interpretano personaggi e professionisti che commentano i fatti accaduti nel 2020. Gli autori di Death to 2020 (ben 18) si sbizzarriscono e utilizzano gli stereotipi per costruire una satira graffiante e politicamente scorretta. Nonostante il tipo di satira non funzioni sempre, il problema principale di Death to 2020 è il suo ritmo, poiché l’idea viene a stancare prima del previsto, nonostante la durata sia davvero ridotta (circa un’ora e dieci).

Quella di Death to 2020 è una satira classica, ovvero esaspera le caratteristiche dei personaggi ricostruiti, partendo però da luoghi comuni facilmente individuabili. Tra i personaggi troviamo una cittadina negazionista (una Cristin Milioti perfetta, ormai lanciata come attrice di commedie), un CEO di un’azienda informatica (Kumail Nanjiani), una portavoce (ovviamente fittizia) dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump (interpretata da Lisa Kudrow), fino ad arrivare a un giornalista del fantomatico New Yorkerly News (Samuel L. Jackson). La voce narrante è di Laurence Fishburne mentre la voce dell’intervistatore è dello stesso Brooker. Il personaggio più riuscito (e che ha più risalto) però è sicuramente quello interpretato da Hugh Grant, uno storico che confonde i fatti realmente accaduti con gli sviluppi del Trono di spade e si ricorda di essere stato a una protesta con «dei piccoli esseri pelosi», che in realtà era una scena di Star Wars.

La struttura di Death to 2020 è oltremodo ripetitiva: la voce sensazionalistica presenta un avvenimento avvenuto nel 2020, quindi si passa al commento di un personaggio, il quale produce la battuta. La struttura è simile a quella di uno spettacolo stand-up, genere molto caro a Netflix e al quale Death to 2020 si avvicina particolarmente. Dopo meno di un quarto dell’intera durata, però Death to 2020 viene quasi a tediare, mentre a metà della durata la pazienza è quasi esaurita. Il problema è la linearità, poiché l’idea non subisce stravolgimenti e il coinvolgimento è affidato interamente alle battute, le quali non sempre funzionano. Se gli Oscar e la loro «cinematografia caucasica» (Jackson che descrive i film candidati agli Oscar è una delle scene meglio riuscite) riescono a divertire, forse l’uso degli stereotipi arriva presto a stancare, poiché non stravolgono il concetto né aggiungono nulla.

D’altronde anche gli argomenti trattati sono limitati e sono influenzati dai paesi che hanno collaborato alla produzione di Death to 2020: Stati Uniti d’America e Regno Unito. La satira politica quindi si concentra su Donald Trump e Boris Johnson (nonostante non manchino riferimenti all’Italia) e utilizza il loro operato come punto di partenza per altre battute. Ovviamente però un (finto) documentario sul 2020 non può ignorare altri avvenimenti, come il movimento Black Lives Matter e il Coronavirus. Non manca, infine, un seccante momento-marchetta in cui vengono mostrati i principali show di Netflix del 2020. Insomma, l’impressione finale è che Death to 2020 sia un’idea riuscita soltanto a metà: sorprende negativamente che uno show su Netflix appaia così televisivo e non rompa, in qualche modo, gli sche(r)mi. Death to 2020 intrattiene e diverte tra alti e bassi; quando ci riesce, lo fa senza particolari idee originali.

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