#Cannes75: Nostalgia, la recensione del film di Mario Martone

Ne L’amore molesto (curiosamente anche l’ultimo film di Mario Martone ad essere stato presentato in concorso al Festival di Cannes), tratto dal romanzo di Elena Ferrante, il regista napoletano metteva in scena un ritorno, quello di Delia, fumettista di stanza a Bologna, che arriva Napoli dopo aver ricevuto la notizia della morte della madre. Anche in Nostalgia (trailer), tratto dal romanzo di Ermanno Rea, assistiamo a un ritorno. Quello di Felice Lasco (Pierfrancesco Favino, straordinario anche in virtù del lavoro fatto sulla voce) che dopo aver vissuto per quarant’anni tra l’Africa e il Medio Oriente decide, spinto dalla compagna, a tornare nella “sua” città e in particolare al rione Sanità (e già nel 2019 Martone aveva diretto Il sindaco del Rione Sanità, tratto dall’opera teatrale di Edoardo de Filippo) per rivedere la madre (Aurora Quattrocchi), ma che ben presto dovrà fare i conti con il passato.

È il punto di partenza di un film costruito tutto sul doppio. Lo è Felice, italiano e napoletano, che però ha perso il contatto con la proprio terra e le proprie radici, essendo diventato musulmano non beve più vino e fa fatica a parlare l’italiano e il dialetto. È strutturato sul doppio il suo rapporto con Oreste (Tommaso Ragno), vecchio amico d’infanzia, diventato ora un camorrista, soprannominato “O Mammolo”: Felice ha carnagione e capelli scuri, Oreste ha una carnagione più chiara con capelli e barba bianchi; il primo è quello che si è “salvato”, ha fatto carriera e si è costruito una famiglia, il secondo è rimasto a Napoli, solo, un fantasma animato da violenza e fisicità.

È doppio lo stesso quartiere Sanità diviso letteralmente tra un parte alta e una bassa, chiamata anche la Valle dei morti; tra il giorno e la notte, quando finisce per trasformarsi in un luogo onirico dove per le strade passano i camorristi sulle loro moto mentre sparano, al punto che il passaggio tra le due è reso con uno stacco sempre netto e brusco, un risveglio improvviso anche per lo spettatore; tra la camorra da un lato, basata su spaccio, prostituzione e violenza, che recluta bambini a cui viene negato un futuro, e la chiesa dall’altro, che quel futuro lo vuole invece preservare, cercando di salvare i ragazzi da un destino che prevede solo il carcere o la morte, e che trova la sua figura di riferimento in Don Luigi Rega (Francesco di Leva). Tanto che quest’ultimo, una volta saputo da Felice che lui e Oreste erano amici d’infanzia, quasi come fratelli, gli dirà, adirato, che “O Mammolo” è il suo peggior nemico. Se è così, allora, nel rione passato (reso attraverso flashback durante i quali il formato passa al 4:3) e presente non possono che coesistere, con il primo che ossessiona continuamente il secondo e con la consapevolezza che non sarà certo il dire che il passato è morto a permettere di esorcizzarlo e consentire di guardare avanti.

Felice torna a Sanità quindi, e nonostante la morte della madre decide di restare. Il suo è un percorso di riappropriazione: delle sue radici e delle sua identità (almeno tre volte si guarda allo specchio, simbolo di una identità scissa e non ancora ricostituita) ma anche e forse soprattutto della sua città. Una Napoli in cui si muove spesso in solitudine, quasi fosse uscito da un film neorealista o della Nouvelle Vague, dove è centrale ancora una volta la dialettica tra alto e basso: Felice prima la osserva dalla cima di un grattacielo per poi immergervisi alla ricerca di se stesso. Una città in cui si guarda, che è da guardare, ma da cui si è anche guardati (sempre dall’alto, come i camorristi che trasfigurati in ombre osservano i passi del protagonista). Ecco che diventa chiaro come la co-protagonista, se non addirittura la vera protagonista, di Nostalgia sia Napoli stessa che si viene a configurare come forza attrattiva tanto per il protagonista quanto per la macchina da presa che più volte ci offre scorci della città, panoramica sui palazzi o abbandona per un momento Felice per concentrarsi sui volti e sui corpi (reali, le comparse sono tutte cittadini del rione) di chi quei luoghi li abita.

Nel suo È stata la mano di Dio Sorrentino metteva in scena la “sua” Napoli e il suo immaginario che per questo erano destinati a scontrarsi con la realtà (come lasciavano intendere anche le citazioni a C’era una volta in America). La città diventa il serbatoio da cui Sorrentino ha attinto per crearsi un proprio linguaggio definito e riconoscibile ma nel momento in cui viene messa per immagini è già sottoposta a una trasfigurazione. Martone, davvero l’esponente di punta di un cinema “napoletano”, sembra invece interessato a scavare nella città, nelle sue complessità e contraddizioni giungendo a chiedersi cosa voglia dire davvero essere napoletani e realizzando con Nostalgia un film che appare intimamente napoletano (e che forse proprio per questo potrebbe non andare incontro a un buon riscontro di pubblico). E alla fine una cosa sembra essere certa: da Napoli non si scappa, nel bene e nel male.

Nostalgia è in sala dal 25 maggio.

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