#Venezia78: È stata la mano di Dio, recensione del film di Paolo Sorrentino

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Abbiamo imparato tutti a riconoscere gli stilemi del cinema di Paolo Sorrentino, in special modo nel periodo di attività post 2014, anno in cui si è aggiudicato il Premio Oscar al miglior film straniero per La grande bellezza. Si è arrivati a forgiare l’aggettivo, “sorrentiniano”, per descriverli questi stilemi, fatti di un estetismo esasperato, di una caratterizzazione spesso e volentieri grottesca e forse addirittura insincera. C’è, insomma, molto cerone in questo Sorrentino qui. Prendere o lasciare, rimane poco spazio nel mezzo.

Legittimo chiedersi, quindi, quale sarebbe stato il metro di misura che un regista così solido nelle proprie convinzioni cinematografiche sarebbe andato a utilizzare con È stata la mano di Dio (trailer), suo ultimo film a marchio Netflix presentato in Concorso alla 78esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Perché È stata la mano di Dio non è un film come tutti gli altri, nei confronti dei quali Sorrentino si è sempre potuto permettere l’arma dello sberleffo, dello specchio che riflette e respinge via storcendo a proprio piacimento.

No, perché al centro di È stata la mano di Dio c’è proprio lui, e non “loro”, il regista partenopeo che da quel golfo è partito adolescente per andare a fare il cinema e sul quale plana con sguardo tra il disincantato e il melanconico in apertura della pellicola. Come ci si approccia a questa faccenda qui, ai fantasmi della propria vita? La risposta è una sola: rischiarandosi.

Rischiarando quella nube di fumi psicotropi, dove un po’ di più e dove un po’ di meno, ci sono stati messi davanti agli occhi, ci hanno condotto nelle camere di un palazzo di cristallo che ha assomigliato per diverso tempo a una Sodoma, o a una Xanadu, labirintica e il cui cuore sanguinolento è sempre stato attentamente celato a chi guarda e vuole guardare. Sorrentino rischiara. Parte dalle fondamenta, si tuffa indietro nel tempo, squarcia le carni di Fabietto (Filippo Scotti) e vi si cala dentro per trovare la forza di narrarsi, per la prima volta, con intento genuino. Un po’ del mantello rimane, sia chiaro, ma ci invita nella sua gioventù, ci fa sedere alla tavola familiare (assieme a Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Luisa Ranieri), ci fa accomodare in un cordone di sicurezza sbilenco e tutt’altro che perfetto, anzi addirittura tormentato e pure ingiusto, ma saldo.

È salda quella vita di un adolescente un po’ così, senza amici, con un fratello che sogna di fare l’attore e con la sorella perennemente chiusa in bagno. Aspetta poi assieme a una città intera l’arrivo di Maradona (ma insomma, arriva o non arriva?), il calciatore più forte di sempre come Sorrentino lo definisce con la dedica a inizio film. A Maradona il regista in effetti deve qualcosa di più della semplice fede calcistica. Ha con lui un debito che probabilmente non potrà mai ripagare, e ci spiega perché, ci spiega come.

Ci spiega soprattutto il perché di quelle nubi che avvolgono la sua opera, ci fa comprendere da dove provengono e dove si sono formate, dove sono state colte, dove hanno colto lui. Conosciamo gli spettri che aleggiano nella sua filmografia, quei volti sempre fuori dal convenzionale che magari non parlano ma si dichiarano ugualmente. Sorrentino si fa asciutto (per i suoi standard), perché se le maschere del cinema provengono dal reale l’unico modo di andare a narrare quel reale fondativo è spogliandosi del (suo) cinema e lasciare le note del dolore, della malinconia, dell’affetto per l’imperfezione e per la soddisfazione che l’hanno sempre condotto a braccetto.

È un momento raro questo al quale stiamo partecipando perché si porta dietro l’agrodolce consapevolezza di un’epifania sopraggiunta con la maturità artistica, di quell’istante in cui carriera e vita sono la stessa identica cosa, coincidono nello stesso posto prima di tornare a essere l’una il filtro dell’altra. È stata la mano di Dio probabilmente non sarà la nuova norma, il nuovo Sorrentino. Questo film è una Stele di Rosetta che mantiene qualcosa per sé e concede una chiave di lettura, un “fatevi avanti” prima che la congiunzione scivoli via e gli altari vengano coperti ancora una volta per tornare nel dominio dell’arte. Lasciamo rischiarare.

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