Il Sindaco del Rione Sanità, il film di Mario Martone

Inizia la commedia. Il nome di Eduardo De Filippo troneggia nel quadro filmico. Tra carrellate, inquadrature sempre in movimento e un montaggio dinamico, un establishing shot di volti e luoghi apre il pubblico a personaggi stralunati e simili a pile elettriche, che, pian piano, lasciano il posto a una maschera di polvere e sangue: “O sindaco” di un rione, Rione Sanità, in cui l’astuzia «si mangia l’ignoranza» e dove quindi bisogna difendere gli ignoranti.

All’alba, sulle radici del Vesuvio, Antonio Barracano (Francesco di Leva), padrone di un’etica tutta personale, cerca di fare da mediatore tra coloro che “non tengono santi in paradiso”. Ossessionato dalla sua idea di giustizia e di legge, che va aldilà di ciò che solitamente è consentito dalle istituzioni, mettendosi sempre in prima persona, sebbene ciò lo porterà a un’eroica e teatrale dipartita, che lo salva da un’errata rilettura camorristica del suo personaggio. Personaggio che, però, nella sua riattualizzazione portata avanti dallo schermo cinematografico (se nella commedia aveva 75 anni, nel film “’o sindaco” ne ha a mala pena 40), strizza l’occhio ai protagonisti più attuali della contemporanea serie Gomorra.

Partendo da queste premesse e mantenendo dialoghi e ambientazioni della commedia del drammaturgo napoletano, Mario Martone cambia registro stilistico dalle sue precedenti opere, per accentuarne, invece, l’aspetto teatrale, fortificato tanto dalla regia visiva quanto dalla direzione degli attori. Attori che appaiono più ferini di quelli utilizzati nella pièce teatrale e che rendono più contemporanea una storia ancora attuale, basata su ignoranza, soprusi e violenza, che si muovono nelle luci della fotografia contrastata del film, del teatro e della realtà, che però viene esulata da qualsiasi principio di naturalismo. Agli occhi dello spettatore, infatti, si fa avanti un gioco tra realtà e finzione, tra naturale e teatrale, con uno stile visivo molto studiato, che pare sottolineare la verosimiglianza di ciò a cui si sta assistendo, e una recitazione fin troppo marcata e “finta”. In questo, il naturalismo viene soggiogato da una metaforica rappresentazione dell’eterna lotta tra bene e male, tra «gente per bene e gente carogna».

La commedia di De Filippo, tra colori freddi e musiche rap, che cercano di modernizzare la patina di un’epoca passata (tuttora attuale), scandisce ritmicamente il tempo sullo schermo di un genere misto, tra cinema contemporaneo e teatro, che risulta, in questa commistione, uscirne fuori da vincitore.

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