La ragazza di Stillwater, recensione: il dramma dell’americano medio secondo Thomas McCarthy

La ragazza di Stillwater recensione film con Matt Damon DassCinemag

Bill (Matt Damon), è un americano medio, vive in un piccolo paese di provincia, fa l’operaio. Il suo è un mondo limitato, stanco, di giorni che si ripetono sempre uguali, che lo portano a vivere un’esistenza piatta, fatta di certezze che non vengono mai messe in discussione. Un microcosmo che consente di mantenere tutto sotto controllo e sentirsi al sicuro. La sua vita prende una svolta quando si reca a Marsiglia a trovare la figlia Allison (una Abigail Breslin spesso fuori tono, a ricordarci come i bei tempi di Little Miss Sunshine siano ormai passati), in carcere per l’omicidio di una ragazza di cui era innamorata. Allison gli dice di essere innocente, additando anche un possibile colpevole, Akim (Idir Azougli). Da quel momento Bill deciderà di mettersi sulle tracce del ragazzo per provare l’innocenza della figlia.

Ne La ragazza di Stillwater (trailer), lo scarto tra provincia americana e Marsiglia, il passaggio da una cultura a un’altra e il loro inevitabile scontro si manifesta innanzitutto a livello di stile di messa in scena. Alle inquadrature statiche che sottolineano l’immobilità dell’America di provincia e all’uso delle lenti anamorfiche che contribuiscono a rendere il senso di solitudine di Bill, si sostituisce una macchina da presa molto più dinamica e in movimento che rinvia al senso di spaesamento del protagonista, che deve fare i conti con il proprio atteggiamento di chiusura all’altro, visto anche con superiorità (si vedano i numerosi momenti in cui chiede alle persone che incontra se parlino inglese, guardandoli con sprezzo, quasi un retaggio dell’imperialismo americano). L’incontro con un’ attrice francese, Virginie (Camille Cottin), e la figlia Maya (Lilou Siauvaud) inizia però a incrinare le sue certezze, portando all’instaurazione di un rapporto che andrà oltre l’aiuto reciproco.

E in fondo il cuore del film è tutto qui: lo scontro tra culture diventa uno strumento funzionale alla messa in crisi di Bill, che dovrà imparare ad aprirsi all’altro e a superare il proprio orizzonte limitato, dovendo anche fare i conti con il proprio individualismo, che lo porta a mettere il proprio desiderio di provare l’innocenza della figlia al di sopra di tutto e tutti. Anche se questo vuol dire mettere a rischio se stesso e soprattutto gli altri. Un percorso, dunque, di presa di coscienza e di scoperta di una verità difficile da accettare da parte dell’uomo trumpiano. Il film finisce così per assumere due anime: una da thriller e una più minimalista e intima, attenta alla descrizione e all’evoluzione dei rapporti interpersonali, ai tentativi di venirsi incontro e di mettersi a disposizione degli altri. Un ibrido tra L’ ospite inatteso (dove però stavolta è il protagonista a spostarsi da una realtà a un’altra) e II caso Spotlight.

Peccato che i continui cambi di registro non riescano mai a creare un tutto omogeneo, mentre la semplificazione e la superficialità facciano immancabilmente capolino. La descrizione della società e del tessuto umano marsigliese è bozzettistico e poco efficace, alcuni temi vengono messi sul piatto ma mai affrontati di petto e approfonditi: dal razzismo dell’ex proprietario di un bar che vorrebbe solo sbattere in prigione un qualsiasi ragazzo arabo, a cui viene chiesto di riconoscere, da delle foto prese su instagram, Akim; al possesso delle armi da fuoco come strumento di difesa personale (Bill dice di averne due). Nella parte centrale, dove il film sembra prendersi una pausa e girare un po’ a vuoto, alcuni confronti padre-figlia rischiano di scadere nel melodramma da lacrima facile. Né mancano forzature, come la sequenza in cui Bill, allo stadio con Maya, vede Akim fra il pubblico; e ancora il successivo rapimento del ragazzo (viene in mente Prisoners).

Questo finisce per introdurre un’artificiosità destinata a incrinare quella ricerca di una sincerità nei rapporti personali che viene a lungo perseguita dal regista Tom McCarthy (e le scene che vedono coinvolti Bill e Maya sono le migliori della pellicola, caratterizzate da un misto di difficoltà di comunicazione e improvvisi sprazzi di dolcezza). L’impressione è che si tratti, soprattutto, del prezzo da pagare per una produzione che vorrebbe ottenere una ricezione su larga scala, finendo così per svelare la propria natura di opera mainstream, velatamente didascalica, a uso e consumo dello spettatore. Al Festival di Cannes ha ricevuto una standing ovation di 5 minuti. Esagerata.

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