Fear Street Parte 3: 1666, recensione dell’ultimo capitolo su Netflix

Fear Street Parte 3: 1666 recensione film DassCinemag

Il 16 luglio Netflix ha rilasciato Fear Street Part Three: 1666 l’ultima parte della trilogia horror diretta Leigh Janiak. Il film conclusivo della saga ispirata ai romanzi omonimi di R.L. Stine chiude il cerchio dell’intera vicenda, partendo dall’ambientazione anni ’90, tuffandosi negli anni ’70 e giungendo ora nell’America del XVII secolo per risalire alle radici della spaventosa vicenda della strega Sarah Fier.

Il lungometraggio risulta diviso in due: la prima metà del film ci cala appunto in un contesto folk rurale dell’America del 1600 nell’atmosfera di The VVitch di Robert Eggers, proseguendo quel citazionismo già presente nei precedenti capitoli. Deena infatti, la nostra protagonista, attraverso una visione, assume il punto di vista di Sarah “rivivendo” gli ultimi tempi della sua vita fino alla sua fatale esecuzione.

Questo tuffo nel XVII secolo ci porta ad Union, il nucleo originale di quando ancora Sunnyvale e Shadyside non erano due cittadine divise. Qui troviamo tutti i personaggi dei film precedenti in una sorta di continuità tra i capitoli: Deena/Sarah vive con il padre e il fratello, prendendosi cura della casa ed eseguendo compiti tradizionalmente “maschili” e guadagnandosi per questo una brutta reputazione e anche nel passato è innamorata della figlia del pastore, Hannah (Sam nel 1994).

La sera di una festa, Deena/Sarah si apparta con Sam/Hannah e raggiunge nel bosco la capanna di una strega dove trova un libro aperto con delle strane iscrizioni. La donna, scoprendo le intruse, le ammonisce di non scherzare con il diavolo, specialmente in quella notte in cui il mondo degli inferi e quello terreno si trovano più vicini che mai. Da quel momento in poi ad Union iniziano a manifestarsi segni di una presenza demoniaca, la cui colpa viene imputata alla relazione peccaminosa tra Sarah e Hannah, spiate da un coetaneo la notte della festa.

Qui la coppia diventa il capro espiatorio del villaggio e l’ignoranza dell’arcaica comunità religiosa si scaglia contro le due sebbene la minaccia reale sia molto più oscura. Il tema dell’omosessualità ritorna come nel primo capitolo come motore importante della trama e viene reiterato il collegamento tra quest’ultima e la malvagità e la stregoneria. È infatti proprio l’amore di Deena per Sam che la spinge nuovamente a sacrificarsi e affrontare l’oscurità, un amore che va oltre il tempo e lo spazio.

Il salto nel passato, comunque, è funzionale per il ritorno al 1994: con le conoscenze acquisite nel villaggio di Union, Deena e la sua squadra sono pronti per sconfiggere finalmente la maledizione e la scia di sangue che terrorizza Shadyside una volta per tutte.

Fear Street: Part Three risulta un po’ sottotono rispetto ai primi due capitoli della saga e sembra che non riesca a sciogliere in maniera agevole tutti i nodi e le questioni presentate precedentemente. Sebbene la creazione di diversi universi e linee temporali funzionali alla narrazione risulti interessante, il terzo capitolo si perde troppo nell’omaggio alla tradizione perdendo un po’ di vista le premesse iniziali e anche la risoluzione risulta forse un po’ banale.

Nonostante ciò, la trilogia di Fear Street è un prodotto ben fatto che ha ben chiaro il target a cui si riferisce: sono molti gli elementi contemporanei in grado di poter creare appeal sui giovani adulti, a partire dal discorso sociale. Non è molto comune infatti vedere dei protagonisti of color in un lungometraggio distribuito su una piattaforma grande come Netflix nonostante il colosso streaming abbia fatto spesso dell’inclusività una vera e propria bandiera.

Anche la riflessione sul pregiudizio e la trama queer sono in grado di captare un pubblico giovanile sicuramente più sensibile, il quale viene attirato anche dalla nostalgia che la saga è in grado di creare nella sua rappresentazione del passato: gli anni ’90 di notti colorate al neon, i poster, la musica e le camicie di flanella creano un immaginario familiare e al contempo lontano in grado di creare curiosità.

In conclusione, la saga diretta da Leigh Janiak è un’opera ottima per chi cerca un teen horror divertente, spaventoso, consapevole dei suoi debiti alla storia dello slasher e con la capacità di guardare all’attualità.

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