Fear Street Parte 2: 1978, recensione del secondo capitolo horror su Netflix

Fear Street Parte 2: 1978, la recensione

Dopo il primo capitolo Fear Street Parte 1: 1994, il 9 luglio è sbarcato su Netflix l’atteso secondo capitolo dell’innovativa trilogia horror/slasher: Fear Street Parte 2: 1978 (trailer), sempre ispirato ai romanzi di R.L. Stine (famoso nel panorama giovanile come autore della fortunata serie di libri anni ‘90 Piccoli Brividi) e ancora scritto e diretto da Leigh Janiak.

Dove finisce il primo capitolo si apre il secondo: ritroviamo i personaggi della Parte 1 i quali cercano disperatamente di risolvere gli eventi lasciati in sospeso chiedendo aiuto a Christine Berman (Gillian Jacobs), unica sopravvissuta agli omicidi storici di Shadyside. Da questo momento, tramite il racconto di Christine, si apre un lungo flashback che ci riporta all’estate del 1978 al Nightwing Camp, dove conosciamo le due sorelle protagoniste Ziggy (Sadie Sink) e Cindy (Emily Rudd), le quali per cercare di scoprire i macabri misteri che si celano sotto Shadyside si ritroveranno a dover affrontare diversi ostacoli, tra cui un pericolosissimo pazzo omicida armato di ascia.

Il film ambientato alla fine degli anni ’70 è obbligato giustamente a ripercorrere le orme degli slasher storici di quel periodo, ma anche di quelli anni ’80, traendone ispirazione. Il trinomio “campo estivo + lago + ragazzi” non può che portare ad esiti nefasti nell’immaginario cinematografico americano come sangue e morte, e infatti risulta automatica l’assonanza tra Nightwing Camp e Crystal Lake, tra l’omicida di Fear Street e Jason Voorhees. Nonostante le somiglianze visive, il film attinge ad alcuni archetipi tipici degli slasher – come la formula “sesso = morte” – ma ne rinnova alcuni elementi ponendo due final girls, di cui una un po’ più atipica dell’altra, oltre che continuare la linea sovrannaturale proposta già nel primo capitolo della trilogia.

Rispetto al primo film, qui i personaggi vengono caratterizzati di più, conosciamo le loro personalità e le relative problematiche vissute. Nel complesso viene sviluppato un interessante percorso introspettivo che vede le due sorelle protagoniste, dal carattere totalmente opposto, spesso in contrasto ma che nel momento del pericolo riescono ad unire le forze per combattere.

Fear Street Parte 2: 1978 sfrutta una fotografia cupa per enfatizzare le tematiche dei personaggi e aumentarne il clima di tensione, permettendo all’omicida di destreggiarsi nel buio per poi cogliere di sorpresa gli sfortunati malcapitati nel suo percorso. Il tutto è accompagnato dalla colonna musicale che si alterna tra il diegetico ed extradiegetico, riproponendo i grandi cantanti e gruppi classici degli anni ’70: da David Bowie, Blue Öyster Cult fino ai The Runaways, che tra un omicidio e l’altro infiammano i cuori dei rockettari più nostalgici.

In realtà il primo capitolo spoilera già a noi spettatori gli eventi che si susseguiranno in questo secondo film, ma nonostante ciò Fear Street Parte 2: 1978 riesce a sorprenderci giocando sul filo del fuorigioco tra piacevoli déjà vu e innovazione, creando un coerente legame con la pellicola precedente e ponendo ottime basi per quello che sarà il continuo della trilogia, chiudendosi in nuovo slittamento temporale.

Al momento i primi due capitoli hanno superato l’esame, la stessa sfida di Netflix di lanciare una trilogia di lungometraggi girata in contemporanea rispecchiando quindi le caratteristiche produttive di una miniserie, sembra aver funzionato. Ora non ci resta che attendere il capitolo finale Fear Street Parte 3: 1666 (da notare la scelta non casuale del triplo 6), in uscita il 16 luglio. Chissà come si chiuderà la vicenda, ma in ogni caso ricordate: come ci insegnano Michael Myers, Jason Voorhees e Freddy Krueger, il Male non muore mai, alla fine un modo per tornare lo trova sempre!

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