
Novembre 2025, il Mubi Fest arriva a Roma. Il programma del Festival decide di deliziare il suo pubblico con la proiezione di Dreams (trailer), secondo capitolo della trilogia diretta da Dag Johan Haugerud, costituita da Sex, Dreams e Love. Le tre opere mirano ad esplorare le diverse sfumature delle relazioni umane: Sex parla di desiderio fisico, Dreams svolge un profondo ed onirico viaggio nei sentimenti inaspettati mentre Love indaga il reale significato dell’amore. Con Dreams, Haugerud consegna al pubblico un’opera delicata e potente: la storia narra della dolce Johanne (Ella Øverbye), un’adolescente che durante il suo percorso liceale incontra Johanna (Selome Emnetu), insegnante di francese con cui inizia a trascorrere molto tempo e per la quale scopre di provare un’intensa attrazione, soprattutto sul piano emotivo; quando sua madre Kristin (Ane Dahl Torp) e sua nonna Karin (Anne Marit Jacobsen) scoprono la sua infatuazione attraverso le pagine di un diario, restano molto sorprese: le parole di Johanne raccontano desideri, fragilità e sensazioni inaspettate, evento che in realtà, va oltre la sfera sentimentale, mirando a costruire un importante confronto intergenerazionale sull’amore, sulla libertà e sulla comprensione di sé.
Come suggerisce il titolo della storia, il regista crea un percorso visivo di pensieri, emozioni e timori tale da poter essere definito onirico: il pubblico non vede soltanto ciò che accade, anzi, seguendo la prospettiva della protagonista, scopre anche ciò che viene pensato, temuto o desiderato, sentendosi sospeso tra la realtà e l’immaginazione e domandandosi se quanto narrato sia veritiero o idealizzato. Johanne vive molti momenti a casa della sua insegnante, dove quest’ultima le insegna come lavorare a maglia: l’atteggiamento di Johanna sembra essere molto tranquillo e per niente ambiguo, ma la giovane Johanne inizia a provare un gran senso di ammirazione, vicinanza e tensione in presenza della donna. La regia di Haugerud possiede un’aura poetica: non vi sono momenti eclatanti, bensì la narrazione prende vita attraverso un ritmo riflessivo e contemplativo che lascia spazio alla dolcezza e alla bellezza delle emozioni provate dal character di Ella Øverbye.
Le inquadrature sono delicate, lente, accompagnano la giovane nel suo percorso emotivo tra velature luminose e piccoli gesti, permettendo al pubblico di vivere insieme a lei il tremore del primo amore con la curiosità, l’incertezza e la vulnerabilità che ne derivano. Dal punto di vista visivo, la fotografia di Cecilie Semec predilige tonalità tenui e sfumate con l’intento di unire il calore della memoria con l’atmosfera del sogno, creando un’immagine quasi eterea e sospesa. Il montaggio è emotivamente fluido: le transizioni non sono mai nette, sono delicate, a tratti impercettibili, scelta stilistica che mira a creare un senso di continuità tra il sentimento e l’idealizzazione. Sul fronte interpretativo, le attrici possiedono straordinarie capacità di dar vita ai propri personaggi senza mai cadere nell’eccesso, bensì seguendo un’espressività fine, lieve, fatta di sguardi e silenzi.
L’incontro tra la madre della protagonista e l’insegnante di cui la giovane si è infatuata rappresenta un momento chiave: il confronto tra le due donne, in realtà, sorprende il pubblico in quanto non possiede alcun tono aggressivo, bensì si percepisce un’atmosfera sospesa, ambigua, incompresa. La madre di Johanne non appare interessata a colpevolizzare l’insegnante, quanto piuttosto a comprendere le sensazioni provate dalla donna nei riguardi della figlia, mostrando così una maturità rara, lontana da impulsività e moralismi; Johanna, dal suo canto, riconosce l’impatto delle emozioni provate dalla ragazza, ma allo stesso tempo porta Kristin a riflettere su come la ragazza non le abbia mai comunicato apertamente i suoi desideri e i suoi pensieri. Il loro incontro non produce una verità definitiva, ma apre uno spazio etico, un luogo dove le emozioni non vengono negate né giudicate, bensì osservate come parte di un processo di crescita che coinvolge non solo la giovane protagonista, ma ogni adulto che la circonda.
Dreams è un’opera cinematografica che unisce sensibilità, introspezione ed eleganza visiva, una storia in cui il regista indaga il rapporto tra immaginario onirico, linguaggio cinematografico e psicologia, escludendo la componente conflittuale – scelta particolare in quanto tendenzialmente, il conflitto è alla base di molte sceneggiature – e decidendo, pertanto, di porre l’attenzione sul percorso emotivo. Il film invita il pubblico ad accogliere il proprio mondo interiore nelle sue forme più pure, caotiche o persino irrealizzate, il tutto senza colpevolizzarsi perché nessun essere umano dovrebbe sentirsi sbagliato per aver provato – o meno – qualcosa.

