Il Maestro, la recensione: fallire per vincere!

Il Maestro recensione film Andrea Di Stefano Dasscinemag

Saliamo in macchina, accendiamo il motore, riavvolgiamo il nastro di una vecchia musicassetta. Inforchiamo un paio di occhiali da sole a goccia e li indossiamo: le lenti filtrano una realtà a tinte brillanti che mescolano il giallo crema, il verde petrolio, l’arancione bruciato. Appoggiamo il piede sull’acceleratore, impugniamo il volante. Partenza. Nelle nostre orecchie risuona il pop di Loredana Bertè, mentre una rigogliosa costa italiana ci affianca per l’intero tragitto in autostrada: è l’estate del 1989. I ricordi e l’immaginazione ci riconducono a giornate gusto Fior di Fragola, a tavole imbandite di piatti in vetro marrone, ai gettoni da inserire nelle cabine telefoniche, al flipper, alle tute acetate della Fila e alle Stan Smith bianchissime da sporcare con la terra dei campi da tennis.

Ripensiamo alle mode, alle abitudini e ai sogni di un’Italia legata alle tradizioni eppure vogliosa di spingersi verso uno stile di vita nuovo, inconsueto, da farsi invidiare da chi avrebbe potuto eguagliarla ma non ha osato. L’Italia di un ceto medio che, con umiltà, sacrificio e dedizione, voleva pensarsi imborghesito, destinato ad un agio capitato quasi per miracolo, frutto di un talento nascosto ma esercitato senza tregua. Riflettiamo, mentre il nostro piede è ancora sull’acceleratore, e ci chiediamo come sarebbe stata la nostra vita se qualcuno avesse creduto in noi e nelle passioni sportive che ci accendevano il cuore nelle notti magiche di quelle estati. Fantastichiamo, ci coccoliamo i pensieri, abbozziamo un timido sorriso, per un attimo distogliamo lo sguardo dalla strada e lo incrociamo a quello di chi sembra avere le risposte ai nostri sogni infranti.

Sulla careggiata affianco a noi, una Jaguar laccata in vernice scura va incontro al destino miracoloso e in divenire di quello sguardo lì, che è lo sguardo di Felice Milella (Tiziano Menichelli), un tredicenne timido e che pare tutt’altro che felice, figlio delle aspettative e dei desideri di un padre (Giovanni Ludeno) che ripone in lui volontà e ambizioni irraggiungibili e non richieste. Nell’auto, infatti, Felice siede accanto al suo ancora sconosciuto ma personalissimo allenatore di tennis, pagato a sorpresa dai genitori per renderlo una promettente racchetta italiana.

L’allenatore, a cui sono state affidate somme ingenti di denaro, rinunce familiari e responsabilità presenti che mirano al futuro, è Raul Gatti (Pierfrancesco Favino), un formidabile ex tennista strappato alla gloria del campo durante un ottavo di finale al Foro Italico, anni e anni prima. Lo strappo subìto in gioventù però, non si è ricucito, ma è stato coperto da toppe di rimpianti, disillusioni, insicurezze, nostalgie e calmanti. Ma questo la famiglia Milella non lo sa, perché l’aura che aleggia intorno a Raul è quella del campione, del vincente che perde le partite ma guadagna l’ammirazione di chi lo ha conosciuto durante i suoi anni d’oro e che ora lo tiene in vita, una vita sfuggevole ma che gli sorride.

Il sorriso, però, non si accende con la disciplina, il rispetto e la stima dimostrategli da Felice, bensì dai vizi delle gioie appassite: donne, alcool, sregolatezza, quel genere di vittorie che appartengono a un certo tipo di sportivo ma che non rispecchiano affatto quello che il tredicenne vorrebbe per sé. Quest’ultimo, infatti, cerca di riportare il suo maestro sui binari dell’autocontrollo e della perseveranza, lo rincorre per imparare i trucchi del mestiere e le tecniche infallibili, lo guarda tentando di captare un talento che forse non si sa raccontare a parole ma soltanto giocando in un perimetro rettangolare. E invece, ciò che Raul Gatti gli restituisce sono allenamenti mancati, suggerimenti fallimentari e tornei sbagliati in cui il giovane perde tutto: i match, la speranza nei propri sogni, la fiducia del padre e nel maestro; eppure, è proprio qui che i vuoti dei due protagonisti cominciano a colmarsi.

Dopo l’ennesima gara persa e raccontata telefonicamente alla famiglia del ragazzo, Raul e Felice si rendono conto che, per poter vincere, hanno bisogno esattamente e unicamente l’uno dell’altro, ma per farlo devono poter ricominciare da capo, riscrivere le regole, ridisegnare le linee di difesa e di attacco – da calpestare al momento opportuno, non quando l’istinto prende il sopravvento.  Allora la complicità acquisisce forma e sostanza, rimbalza dentro e fuori dal campo e arricchisce le esistenze di entrambi: Raul vede in Felice non un semplice allievo, ma un ragazzo di cui prendersi cura affinché la felicità che porta nel nome possa incontrarla anche nel proprio spirito e Felice riconosce in Raul l’imperfezione e la fragilità degli adulti, da non condannare ma, anzi, da accettare, abbracciare e salvare.

Guardandosi e ascoltandosi, i due si curano e si salvano a vicenda regalandosi una lezione preziosa: la libertà di fallire, il coraggio di deludere chi per noi aveva in mente piani che non ci rispecchiano e quella tenacia delicata di chi, arrivando ultimo, poi arriva primo e segna. Non sul campo, ma nella vita.

A questo punto, i nostri occhi – forse un po’ bagnati, forse rasserenati – tornano a concentrarsi sull’orizzonte della strada che stavamo percorrendo: il viaggio nei ricordi trascinati dall’eco di Franco Battiato ci immerge ancora nei nostri desideri anni Ottanta, ma finalmente abbiamo la risposta agli interrogativi rimasti in sospeso. E pure i contorni di un volto che abbiamo incrociato anni fa e che ora sappiamo riconoscere per chiamarlo, orgogliosamente, maestro.

La vittoria, quindi, è di tutti: è nostra, è di Felice Milella e di Raul Gatti e anche di tutta la squadra cinematografica capitanata da Andrea Di Stefano, che di questa pellicola firma sia la regia sia la sceneggiatura. Di Stefano, però, architetta la vincita a tavolino, perché il copione lo scrive a quattro mani con Ludovica Rampoldi, come indicato nei titoli di testa.

I dialoghi, i silenzi, gli ammiccamenti mediante cui i personaggi comunicano non sbagliano un colpo, vengono lanciati e ribattuti in modo naturale, come una partita studiata nei minimi dettagli che non contempla distrazioni.

I film, però, non esistono soltanto attraverso le parole di chi li immagina e poi li pronuncia a voce alta, ma anche grazie alla visione di chi ne costruisce i fotogrammi, che registra e poi monta secondo logiche personali, e qui lo stile è così preciso, riconoscibile e audace che distrarsi sarebbe l’unico fallimento dello spettatore. La scelta delle inquadrature, la creatività dei collage e della palette cromatica, le canzoni giuste inserite al momento giusto, gli espedienti narratologici utilizzati sono, infatti, così puntuali – sempre e in tutto – che quella che vediamo è una regia pronta a fare scuola, nutrita sicuramente dall’ispirazione di chi l’ha preceduta, ma volta ad ispirare chi gli succederà senza la pretesa di primeggiare ad ogni costo. Un po’ come quei maestri che non aspettano che siano gli altri a parlare per loro, ma che sanno agire al momento – veramente – opportuno per fare ciò che altri, forse, non sapranno fare mai: lasciare un segno, indelebile, nella vita di chi li sfiora.

In sala.

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