#Venezia78: La ragazza ha volato, recensione del film di Wilma Labate

Tra i primi film provenienti dalla nuova sezione Orizzonti Extra (sezione che da quest’anno prenderà il posto di Sconfini), La ragazza ha volato è il nuovo film di Wilma Labate, coproduzione italo-slovacca di un soggetto e una sceneggiatura firmata dai fratelli D’Innocenzo. E proprio dal nome dei gemelli romani (in concorso quest’anno con America Latina) molti spettatori e addetti del settore sono partiti per comprendere cosa potesse offrirci questo titolo. Va specificato che questa sceneggiatura è stata venduta dai D’Innocenzo anni fa, addirittura prima del loro esordio al lungometraggio con La terra dell’abbastanza. Finito nelle mani di Labate, il copione ha subito delle modifiche, come noteremo nei titoli di coda, dove il nome della regista viene affiancato a quelli di Fabio e Damiano.

Nadia (Alma Noce) è un’adolescente triestina, studentessa dell’alberghiero locale. Disillusa e solitaria, trascorre le sue giornate passeggiando per la città; proprio come ci viene mostrato dall’affascinante panoramica con cui si apre il film, un movimento discendente che lentamente ci introduce la protagonista, di spalle mentre cammina. La solitudine vissuta da Nadia quotidianamente caratterizza da subito le scelte della regista, che dedica fino alla chiusura del primo atto un repertorio di immagini che serva unicamente a farci entrare nel mondo narrato: una Trieste invernale e dai toni freddi (vicini a quelli della periferia romana del sopra citato La terra dell’abbastanza).

Un giorno, arrivando al bar frequentato da sempre, Nadia verrà avvicinata da Brando (Luka Zunic), personaggio intravisto nell’incipit e di cui sin da subito non ci vengono nascoste le intenzioni. Il ragazzo nel giro di un pomeriggio si renderà colpevole di un terribile atto di stupro, mostrato quasi in tutta la sua durata attraverso un asfissiante primissimo piano di Nadia, sofferente e in lacrime. Un atto che farà partire la vera trama del film: il dopo vissuto da Nadia.

La reazione della giovane ragazza sin dai primi momenti viene mostrata da Labate in un modo molto coraggioso, alquanto sorprendente. La regia costruita attorno la giovane protagonista, dopo una scena dove la vediamo vicino ad una finestra e di cui non verrà mostrato il controcampo (il vuoto), segue la reazione fisica della ragazza: lo sguardo perso nel vuoto, la chiusura in sé stessa, la mancanza di parole. Nadia sarà ancora più sola di prima. Le inquadrature hanno più respiro, c’è più spazio, ma noi spettatori siamo lì con Nadia, sentiamo il dolore fisico, percepiamo la complessità della situazione.

Questa ulteriore chiusura viene anche mostrata attraverso le poche relazioni sociali che la ragazza intrattiene, soprattutto nelle scene che coinvolgono il nucleo famigliare. Però, questa tortuosa, ma allo stesso tempo convincente, strada percorsa dalla regista in breve tempo viene abbondonata. Tutto finisce per spegnersi lentamente. La struttura crolla su sé stessa e tutti i limiti del copione emergono a galla. Se, infatti, la prima mezz’ora aveva messo in gioco delle situazioni (e qui segnaliamo la ricorrenza del simbolico ghiacciolo e la pistola mostrata all’inizio) che potessero far soprassedere su alcuni limiti già evidenziati (soprattutto quelli attoriali), i dialoghi e alcune scene della seconda parte (la agghiacciante, a dir poco, scena al bar tra Nadia e sua sorella o la scena della nota a scuola) ribaltano quanto di buono costruito.

Ciò non significa di certo sminuire il tema e la storia trattate, assolutamente. Resta l’intrigante rapporto evocato dal volo del titolo, la macabra attrazione del vuoto, lo sguardo verso il basso da punti alti di Nadia (come nell’ascendente movimento di macchina finale). Quello che La ragazza ha volato perde è il mordente lungo il film, la linfa vitale della narrazione. Il risultato finale è un film frammentato, privo di identità.

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