
<<Quanto tempo durerà, Woody? Credi davvero che Andy ti porterà all’università? O in viaggio di nozze? Andy sta crescendo, e purtroppo tu non puoi farci niente. È una tua scelta, Woody. Puoi tornare a casa o restare insieme a noi e diventare immortale. Sarai amato da molte generazioni di bambini!>>. Non è poi così un peccato deludere le tue aspettative, Stinky Pete.
In fondo è vero, il malocchio del malvagio cercatore d’oro di Toy Story 2 non è stato un totale buco nell’acqua. Woody non seguirà mai gli studi universitari di Andy, né conoscerà sua moglie, ma è sicuro che il cowboy e i suoi compagni siano destinati a qualcosa che va ben oltre l’immortalità: saranno i giochi preferiti non di uno, ma di tutti i bambini. Così come Andy è legato per la vita a quei giocattoli che, lontano dai suoi occhi, hanno vissuto alcune tra le più grandi storie degli ultimi trent’anni d’animazione, così Disney non può fare a meno di riconoscere Toy Story – Il mondo dei giocattoli come una tappa imprescindibile, e in gran parte inconsapevole, della la storia sua e del cinema tutto. È possibile e necessario, dunque, provare a ricostruire come mai questo racconto di crescita, abbandono e invidia rappresenti un punto di transizione fondamentale verso una nuova era di post-modernità nel cinema d’animazione occidentale.
A proposito di transizioni, prima di qualsiasi ragionamento è bene aprire una sbrigativa parentesi sul mondo della pediatria, per definirne un concetto che, più avanti, tornerà utile per trarre le conclusioni ultime di questa analisi. Definito per la prima volta dallo psicanalista inglese Donald Woods Winnicott (1896-1971), un “oggetto transizionale” è, appunto, un oggetto che assume una notevole importanza durante una fase della crescita infantile detta “spazio transizionale”, nel corso della quale il bambino inizia a prendere coscienza di sé attraverso l’esperienza del gioco e della creazione, preparandosi in questo modo a relazionarsi con il mondo oggettivo esterno indipendentemente dalla figura materna. La funzione fondamentale dell’oggetto transizionale sta proprio nel processo di individuazione-separazione che porta il bambino a riconoscere l’oggetto in questione come un “non me”, facilitando così la creazione di un proprio senso di autonomia e il distacco dalla madre. È ovvio che, data la necessaria qualità tattile-pressoria dell’oggetto transizionale, nel caso di molti bambini questo ruolo sia ricoperto dal proprio giocattolo prediletto: tutti noi, in un modo o nell’altro, abbiamo avuto il nostro Woody. E la cara Disney non è da meno.

Le origini della Pixar: da Lucasfilm a Tin Toy
Per comprendere a pieno in che modo Toy Story abbia funto da oggetto transizionale per Disney e per l’animazione mainstream, è necessario ripercorrerne le origini, a partire dalla genesi dello stesso studio Pixar. Era il 1975: i lavori di pre-produzione di Star Wars: Una Nuova Speranza suggerirono a George Lucas di fondare la Lucasfilm Computer Graphics Project (LCGP), un nuovo dipartimento di computer grafica di Lucasfilm. A partire dal 1979, la compagnia si mosse sotto la guida di Edwin Catmull, esperto di programmazione che da sempre aspirava a far parte degli studi di animazione Disney, pur essendo negato nel disegno (non imparerà mai a disegnare, ma diventerà presidente della grande D dal 2006 al 2018).
Era indispensabile, tuttavia, la partecipazione di qualcuno che fosse già navigato nel mondo dell’animazione. Così, nel 1983, Lucas e Catmull strinsero il leggendario sodalizio con John Lasseter, futuro regista del primo lungometraggio Pixar. Ecco che la transizione rappresentata da Toy Story si manifesta in primis su un piano strettamente professionale: Lasseter lavorava come animatore proprio per Disney, ma venne licenziato durante l’instabile medioevo che coprì gli anni tra la morte di Walt Disney (1966) e la rinascita della compagnia dopo la pubblicazione de La Sirenetta (1989). Potendo contare sulle competenze di un animatore esperto, LCGP realizzò il primo storico cortometraggio interamente animato in computer grafica: Le avventure di André e Wally B (1984).
Il progetto attirò così l’attenzione di Steve Jobs, che ebbe l’intuizione geniale di investire sullo studio. Fu proprio Jobs a coniare il nome “Pixar”, prendendo come ispirazione il Pixar Imagine Computer: si trattava di una macchina pensata da LCGP appositamente per realizzare disegni in digitale. Tuttavia, il computer non portò ad alcun risultato soddisfacente, così il creatore di Apple decise di mettere a disposizione della compagnia i suoi computer Next. Fiducioso nelle capacità del gruppo Pixar, Jobs accettò la proposta di Lasseter di finanziare un nuovo cortometraggio; questo avrebbe raccontato, attraverso una serie di gag slapstick, la vita di una coppia di lampade da scrivania. Nasce così, nel 1986, Luxo Jr., il corto che darà vita all’omonima mascotte della Pixar, tutt’oggi protagonista del suo logo di produzione. Luxo Jr. fu acclamato a livello internazionale e fece guadagnare alla Pixar la sua prima candidatura ad un Oscar, portando Jobs alla decisione di investire 300mila dollari nella produzione del più famoso dei primi cortometraggi Pixar: Tin Toy (1988). Fu in quel momento che, per la prima volta, Pixar si immerse nel mondo dei giocattoli.

Prima di arrivare a parlare del rivoluzionario cortometraggio, primo embrione di Toy Story e pietra miliare dell’estetica CGI, è meglio trattare un altro fatto importantissimo che coinvolse la Pixar di quegli anni. Sentendo il bisogno di modernizzare le sue tecniche di animazione, Disney trovò in Pixar una più che influente fonte di ispirazione e di rinnovamento: le competenze di Lasseter e compagni furono richieste da Michael Eisner e Jeffrey Katzenberg, allora a capo dell’azienda, per la realizzazione di nuovi effetti grafici nei classici dei Walt Disney Animation Studios. In particolare, la collaborazione Disney-Pixar ebbe i suoi primi frutti nelle sequenze finali de La Sirenetta, per le quali molti elementi decorativi e di sfondo furono realizzati in digitale. Anche se solo da un punto di vista tecnico, le origini della collaborazione tra le due compagnie mostrarono a Disney un nuovo modo di pensare l’animazione, segnando l’inizio del suo distacco dalla tradizione e della sua crescita verso la post-modernità. Non è un caso che al vertice di tutto si trovi proprio George Lucas, che con il suo Star Wars: Una Nuova Speranza creò uno dei capolavori del post-moderno nel cinema. Non è altrettanto un caso che sia proprio La Sirenetta a dare il via al cosiddetto “rinascimento Disney”, periodo di nuovo fiorente successo per la produzione dei classici e culla di opere immense come Aladdin e Il Re Leone.
Si torni adesso al già menzionato Tin Toy. È importante prendere in considerazione il corto prima di arrivare a parlare di Toy Story non solo perché entrambi condividono il mondo dei giocattoli; il cortometraggio, infatti, ha svolto un ruolo fondamentale nel processo di ideazione e produzione del primo film Pixar. Tin Toy narra la storia di Tinny, un piccolo musicista di latta che, dopo essere stato donato ad un bebè, si accorge della “mostruosità” del bambino (palese anticipatore del irrequieto Sid Philips) e del pericolo che rappresenta per sé e per gli altri giocattoli, decidendo dunque di provare a fuggirne. La tecnologia di Tin Toy era ai limiti della fantascienza: per la prima volta il grande schermo mostrava un essere umano interamente realizzato in CGI e il corto contava un numero di inquadrature di gran lunga superiore a qualsiasi altro progetto di animazione digitale realizzato fino ad allora. Ecco come il progetto diretto da Lasseter vinse il premio Oscar come miglior cortometraggio animato. Fu a partire da questo enorme successo che Disney approvò la nuova idea che le fu proposta dalla Pixar: il primo lungometraggio interamente realizzato in digitale stava finalmente per nascere.
Toy Story – Il mondo dei giocattoli
Inizialmente Toy Story avrebbe dovuto riproporre Tinny come protagonista; si sarebbe trattato di uno pseudo-road movie in cui il piccolo giocattolo avrebbe provato a tornare a casa dopo essere stato perso. Dopo una serie di rielaborazioni, si decise di lasciare spazio ad un nuovo personaggio principale: Woody. Il cowboy era già apparso in uno speciale natalizio al fianco di Tinny, Tin Toy Christmas, ma si guadagnò il ruolo di protagonista solo dopo che la Disney diede il suo consenso. A mettere in difficoltà la produzione furono altre pretese avanzate dalla compagnia, che Lasseter si rifiutò radicalmente di accettare. Secondo la visione di Katzenberg, Toy Story avrebbe dovuto seguire la tradizione del musical, come tutti i classici prodotti dagli Animation Studios. Dopo un lungo travaglio, Pixar riuscì ad evadere dal vincolo di genere imposto da Disney, ma Jeffrey Katzenberg non fu ancora soddisfatto. Secondo lui, arrivati a quel punto, il progetto avrebbe dovuto distaccarsi radicalmente dalla tradizione classica, apportando al mondo dei giocattoli (immaginario necessario per attirare l’attenzione dei più piccoli), una visione più cupa e oscura. Woody sarebbe dovuto essere tutto tranne che un principe: un egoista, un prepotente, un manipolatore; un personaggio dall’estetica bambinesca ma accattivante esclusivamente per un occhio più adulto.

Ovviamente molte cose sono cambiate prima che Toy Story, approdato nelle sale americane il 22 novembre 1995,si mostrasse definitivamente al mondo per come lo conosciamo. Di fatto Woody non rispecchia per nulla la diabolica mentalità che i suoi creatori avevano previsto per lui (si pensi che in alcuni bozzetti iniziali lo si può osservare mentre costringe un povero Slinky a leccargli gli stivali). Quello che ne rimane però è un personaggio fragile, indeciso, vittima delle sue emozioni più superficiali e, quindi, estremamente umano. Il suo carattere difficile e la sua indolenza sono il perno attorno a cui ruota l’intera struttura narrativa di Toy Story, la quale non è tanto scontata quanto può sembrare. Nessuno avrebbe alcun dubbio nel dire che Woody sia indiscutibilmente il protagonista del film, ma osservandone le vicende con attenzione si può notare come il modo di raccontarlo si ribalti completamente nel corso della narrazione: il suo tentativo di liberarsi di Buzz per restare il giocattolo preferito di Andy e leader dei suoi compagni di stanza lo porta ad un conflitto con sé stesso, in cui sconfiggere la paura di cambiare lo status quo diventa un imperativo per continuare a vivere liberamente.
<<Macellaio! Maniaco omicida!>> gli grida Mr. Potato, uno dei suoi amici più fedeli, scandalizzato dall’estremo gesto. Seppur in modo più arrotondato delle sue versioni precedenti, il nostro Woody rimane, almeno in partenza, un approfittatore e un’opportunista che agisce unicamente in funzione dei propri interessi. Senza peli sulla lingua, e anzi con derisione, distrugge le illusioni di Buzz rivelandogli la dura verità per cui l’astronauta sarebbe in realtà solo un giocattolo; per la sua arroganza, viene ostracizzato dal buon senso dei suoi amici e mandato via dalla camera di Andy. Persino la missione che intraprende per riportare Buzz a casa (ossia tutta la trama del film) non è altro che l’ultimo tentativo per essere riaccolto in pompa magna nella sua piccola società. Solo dopo aver rischiato più volte di perdere per sempre i suoi amici e grazie all’ingenuo coraggio di Lightyear, Woody è in grado di comprendere che il cambiamento, il distacco e l’abbandono sono esperienze fondative per la crescita di ogni giocattolo, di ogni bambino, di ogni essere vivente.

Agli occhi di un adulto, Toy Story appare dunque come un capolavoro della post-modernità e capostipite di molte tendenze tecniche e narrative da cui tutta l’animazione occidentale attingerà a piene mani per la realizzazione di opere successive. L’uso rivoluzionario del digitale segna uno spartiacque non solo perché dimostra al mondo che un film interamente fatto di uno e zeri è possibile, ma anche perché cambia radicalmente il modo di concepire il disegno, i movimenti e gli effetti visivi dal principio. E così Woody si fa protagonista e antagonista di un racconto non così tanto convenzionale, dando il la per la creazione di personaggi animati fatti di un’umanità rinnovata e più autentica (Quasimodo, Mr. Incredibile, Shrek, …), che saranno protagonisti dell’infanzia di tutti i bambini cresciuti tra gli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio. Disney, e con lei l’intero mondo dell’animazione, deve riconoscere Toy Story come proprio oggetto transizionale, come un punto di passaggio necessario per distaccarsi dalla tradizione e da tutto ciò che è familiare, per aprirsi a immaginari nuovi e a mondi più vasti. Diventa così palese, se raccontato dal nostro giocattolo preferito: solo grazie al coraggio dato dall’immaginazione possiamo trovare una via che ci porti verso l’infinito… e oltre.
BIBLIOGRAFIA
Civiero L., Vano V., Mondi animati, mondi interiori. Disney e Pixar: dietro i sogni, Ultra, 2023
Solomon C., The Toy Story Films: An Animated Journey, Disney Editions, 2012

