Awake, la recensione dell’horror di Mark Raso su Netflix

Awake su Netflix

Herman Hesse scriveva che «poter addormentarsi quando si è stanchi e poter deporre un peso che si è portato per tanto tempo, è una delizia, è un fatto meraviglioso». Se invece fossimo costretti a restare svegli e a dover proseguire la nostra vita continuando a sorreggere quel peso? In Awake (trailer), horror su Netflix dal 9 giugno, Mark Raso (Copenaghen, Kodachrome) ci catapulta in un mondo in cui dormire non è più possibile, dove le facoltà cognitive cominciano a venir meno con l’aumentare delle ore di veglia. 

L’idea di partenza sembra geniale e se ne sarebbe potuto trarre un film sulla scia di Risvegli o La musica che non ti ho detto, tratti dai romanzi di Oliver Sacks, oppure un horror come il successo Netflix di Susanne Bier, Bird Box. Mark Raso, regista del film e co-sceneggiatore insieme a Joseph Raso, segue il filone post-apocalittico e fantascientifico ma non riesce nell’intento di costruire un mondo spaventoso né tiene alta l’attenzione dello spettatore, con il risultato di perdere il ritmo del racconto, caratterizzato da una narrazione piatta e senza momenti di reale tensione emotiva.

Jill (Gina Rodriguez) è una ex-soldatessa statunitense affetta da un disturbo post-traumatico da stress e con alle spalle una pregressa dipendenza da droghe. Per questo motivo e per il fatto di aver perso in guerra il marito, anche lui soldato, non ha più l’affidamento dei due figli, Noah (Lucius Hoyos) e Matilda (Ariana Greenblatt), che vivono con la nonna (Frances Fisher). Dopo un turno notturno a lavoro, Jill e i due ragazzi sono vittime di un incidente stradale che li fa precipitare in un lago e da cui restano illesi, ad eccezione della piccola Matilda, che perde i sensi ma viene rianimata da un poliziotto intervenuto per trarla in salvo.

I tre si rendono subito conto che, in seguito al momento dell’incidente, tutta la città è in uno stato di totale ed irreversibile blackout ed è stato proprio questo evento generale a causare l’incidente. Oltre al fatto che i dispositivi elettronici sono fuori uso, ci si rende anche conto che tutti gli esseri umani hanno perso la capacità di dormire, tutti ad eccezione di alcune persone, tra cui Matilda. La privazione del sonno determina rapidamente uno stato generale di follia e Jill è presto costretta a scappare dalla città per mettere al sicuro i suoi figli e per cercare di raggiungere, ma con molti ostacoli lungo il tragitto, una base militare dove si stanno compiendo degli esperimenti su una persona che, come Matilda, riesce a dormire, per cercare di trovare una soluzione al problema che sta affliggendo l’umanità.

Pur in presenza di spunti interessanti per la creazione di un buon film d’azione, deboli ed inconsistenti sono le sequenze più prettamente action, spesso poco giustificate sul piano narrativo, che si risolvono velocemente e troppo facilmente per i protagonisti. Inoltre, nonostante la trama a sfondo post-apocalittico, non viene indagata a dovere l’origine dell’evento che ha portato il mondo in quello stato catastrofico mostrato nel corso della pellicola. Non se ne conosce infatti la causa, se umana o naturale, né la portata, se limitata a livello nazionale oppure estesa a livello planetario. Anche la caratterizzazione dei personaggi lascia buchi enormi ai fini della resa del racconto ed omette dettagli importanti, che la sceneggiatura o la regia avrebbero dovuto includere.

Non si ricorre affatto ai flashback e poche sono le descrizioni e i riferimenti al passato che avrebbero potuto rendere più entusiasmante lo scorrere degli eventi sullo schermo. Sarebbe stato interessante capire cosa fosse successo in guerra tra Jill e Dr. Murphy (Jennifer Jason Leigh), l’unico personaggio villain, anche se solo superficialmente abbozzato, della storia, magari creando un evento conflittuale passato degno di scatenare un senso di vendetta o rivincita da parte della protagonista. Persino il rapporto conflittuale tra madre e figli appare alquanto superficiale, con il risultato che non si riesce ad empatizzare con il suo personaggio ed i tentativi che fa per salvare la vita a sé e agli altri appaiono soltanto accennati e scarsamente motivati.

Con buchi enormi da ogni punto di vista, in primis sul piano della sceneggiatura, il film appare come frettolosamente confezionato, con la sensazione che si sta perdendo il proprio tempo durante la visione. Inoltre, la recitazione della protagonista non è delle migliori, non riuscendo quindi nell’intento di mantenere gli occhi incollati allo schermo; nulla di paragonabile a quella di Sandra Bullock, che costretta a recitare alla cieca con una bandana sugli occhi in Bird Box, trasmetteva adrenalina qualsiasi cosa facesse. La grande Fran Lebowitz affermava che «la vita è qualcosa da fare quando non si riesce a dormire» e tra le tante cose meravigliose in cui ci si può imbattere quando si è svegli, di certo la visione di Awake non è una di queste.

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