I Tuttofare, la recensione: sentirsi a casa fuori di casa

I tuttofare, recensione dell'ultimo film di Neus Ballús su Dasscinemag

Valero (Valero Escolar) e Pep (Pep Sarrà) sono un’affiatata coppia di tuttofare costretta a separarsi perché quest’ultimo vuole andare in pensione. Viene selezionato per sostituirlo Moha (Mohamed Mellali), un ragazzo trentenne di buona volontà originario del Marocco. Ne I Tuttofare (trailer) seguiamo la sua settimana di prova in cui i tre girano per case molto diverse tra loro, interfacciandosi con personaggi talmente incredibili da essere reali. In quest’arco di tempo Valero tenterà goffamente di porre resistenza al cambiamento imminente, con risultati comici molto efficaci.

La regista Neus Ballús concepisce insieme alla sceneggiatrice Margarita Melgar una commedia genuina, anche grazie all’operazione fatta sul cast: i protagonisti non sono attori professionisti e prima di cominciare la lavorazione del film si sono sottoposti a tre anni di addestramento. La regista ha modellato i personaggi sulle caratteristiche dei tre uomini e guardando il risultato è evidente. La comicità, soprattutto per quanto concerne Valero, è spontanea, da comico navigato, non dà certo l’idea di un attore al proprio esordio. Questo ha portato i due attori protagonisti a vincere il Pardo d’oro a Locarno oltre a cinque premi Gaudì.


Ballús non ha ceduto al facile moralismo a cui le origini di Moha si prestano, spostando invece l’attenzione su un altro tema, quello dell’appartenenza. Troviamo tre generazioni a confronto, con il più anziano dei tre che rimpiange i bei tempi andati, il più giovane che è per natura spinto verso il futuro e Valero, in mezzo a queste due età, che non si sente né portatore dei valori di un tempo, né al passo con le novità. La non appartenenza si concretizza nella questione del fisico: Valero non si colloca nella fascia d’età in cui è normale faticare per salire le scale, ma i chili di troppo non gli permettono nemmeno di essere agile come Moha. L’uomo tenta varie diete per entrare in un completo da cerimonia e la compressione che esercita per chiudere i bottoni della camicia è sintomo della sensazione di schiacciamento che il personaggio vive. Ad assistere all’operazione c’è sempre sua figlia adolescente, come se questa fosse la giudice autorizzata a inserirlo in una categoria piuttosto che un’altra. Allo stesso tempo anche Moha si sente escluso: viene deriso dai connazionali con cui vive perché sta tentando di integrarsi imparando il catalano, ma non si sente nemmeno di appartenere alla comunità ospitante soprattutto per colpa di Valero, che sottolinea continuamente la differenza di origini.

La maggior parte del film è girato nelle abitazioni degli altri, luoghi che seppur teatro di piccole schermaglie tra i due, rimangono ambienti per lo più sereni. È quando ci spostiamo nelle case private dei due personaggi, invece, che li ritroviamo emarginati, esclusi da coloro con cui abitano, distanti. La casa, solitamente luogo di intimità, qui è vissuta come luogo dell’estraneità.

È nell’unico momento in cui sono immersi nella natura che finalmente riescono a parlarsi apertamente, portandoli ad un punto di rottura. E mentre fuori i giardinieri potano i rami secchi, loro riescono ad eliminare quella superficie di insoddisfazione personale che si tramuta in astio reciproco. È forse questo ciò che vuole dirci il film. Per debellare i comportamenti più beceri è necessario sfoltire i rami del pregiudizio e ricominciare a curare l’albero partendo dal tronco.

I Tuttofare è al cinema dal 9 giugno.

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