
L’ultimo progetto di Alex Garland, diretto al fianco di Ray Mendoza, circola nelle sale americane da Aprile, ed è stato ricevuto in parte come quel che è: un film sui veterani di guerra. Warfare – Tempo di Guerra (trailer) infatti narra di un plotone di Navy Seals in Iraq, e l’intero racconto è basato sui loro ricordi. Il film spinge molto su questo dettaglio, non facendosi portare della verità, bensì di una prospettiva estremamente soggettiva e labile. La testimonianza acquisisce ancora più valore se consideriamo che fra i protagonisti del film (nonché della vera missione) figura proprio il regista Ray Mendoza. Garland dal canto suo non è estraneo al tema, e costruisce un reparto tecnico degno del suo nome. Ma partiamo con ordine.
La pellicola si apre con uno shot corale che mostra tutti i membri della squadra nell’unico momento felice della storia, ovvero la notte precedente alla missione. Sin da subito la confusione della scena e l’uniformità dei personaggi fanno capire la direzione che il film vuole prendere. Infatti nel suo corso nessun personaggio prevarica sugli altri per importanza o per screentime, e l’obiettivo della storia è uno: far sentire lo spettatore all’interno della squadra, e nella loro stessa situazione. Ogni sparo, ogni esplosione, ogni grido lanciato dai soldati vibra nelle ossa del pubblico, che, esattamente come i personaggi, non può far altro che guardare ed aspettare. Le luci soffuse, l’uso della macchina a mano, i rallenty, sono tutti elementi che contribuiscono a trasmettere le sensazioni attraverso lo schermo, continuando la missione di raccontare, ancor più che i ricordi, le emozioni provate dai veri soldati.
Una delle mancanze più grandi del film è la caratterizzazione dei personaggi, che si differenziano più per come reagiscono al pericolo che come individui. Spicca solo Ray (D’Pharaoh Woon-A-Tai), che d’altronde è ispirato proprio ad uno dei due registi, Mendoza per l’appunto. Il resto del cast lavora con il poco che ha, dando vita a risultati estremamente memorabili e strazianti come nel caso di Joseph Quinn, ma anche a performance quasi scimmiottanti come quella di Will Poulter, che rompe l’illusione ogni volta che pronuncia una battuta. L’unica giustificazione possibile per la trascuratezza dei personaggi è la mancanza di tempo, sia all’interno della storia, la quale vuole raccontare solo uno spaccato di vita (o di morte, per essere più corretti), sia a livello filmico, poiché la durata supera di poco i 90 minuti. Nonostante ciò, a causa dell’estrema stimolazione sonora e visiva, una durata superiore sarebbe stata difficile da sopportare. Il film finisce quando deve. Finisce quando la tensione, che cresce gradualmente di scena in scena, raggiunge il limite massimo e si allenta nei titoli di coda.

Fu il critico Laurent Jullier ad inventare l’espressione “bagno di sensazioni” per riferirsi a tutti quei film post moderni che fanno della stimolazione sensoriale il loro punto di forza. Warfare rientra a pieno titolo in questa categoria, eleggendosene a campione. Se da un lato però si presenta come un’opera estremamente tecnica, quasi un esercizio di stile, dall’altro contiene anche una storia in parte autobiografica che vuole rendere giustizia a tutti coloro che ne hanno fatto parte. Se da un lato ciò aggiunge valore al film, dall’altro toglie oggettività alla narrazione, la quale, trattando eventi realmente accaduti e legati alla storia militare USA, necessita di uno sguardo critico che è qui assente. Non si tratta di becera propaganda militare come ha gridato il pubblico oltreoceano, ma nemmeno di un esplicito manifesto pacifista. A parlare sono la brutalità degli avvenimenti e la sofferenza mostrata senza filtri. Sta poi allo spettatore coglierne un messaggio.
Un pregio dal punto di vista morale e realistico è la completa assenza del tipico eroe da film d’azione. I protagonisti falliscono numerose volte. E falliscono quelli incaricati di salvarli. I nemici e i superiori non hanno volto. C’è solo il momento da vivere, e da sopravvivere. La retorica è assente come lo sono i valori. I personaggi sono delle mere pedine nelle mani del destino, e lo spettatore lo è nelle mani dei registi. Dal punto di vista dell’immersione è impossibile non riconoscere il valore del loro lavoro, svolto con una maestria che Garland ha più volte mostrato nell’ambito degli war movie, anche se mai con un realismo così impegnato. La luce grezza degli esterni e soffusa degli interni, quasi come se fossero davvero dei luoghi sicuri, è invece merito di David J. Thompson.
Warfare – Tempo di guerra è pieno di luci e ombre, ma la sua missione di far vivere un’esperienza e di far sopravvivere i ricordi traumatici dei membri della squadra può dichiararsi pienamente riuscita, e sicuramente è impossibile uscire dalla sala impassibili di fronte a ciò a cui si è assistito.
Dal 21 Agosto al cinema.

