Vladimir: la recensione della miniserie Netflix

La miniserie Vladimir (trailer), adattamento dell’omonimo romanzo di Julia May Jonas (anche ideatrice della serie), riesce a tradurre a livello filmico quello che è il linguaggio letterario. La macchina da presa, diventa qui il confidente unico di un’interiorità altrimenti inaccessibile.

Al centro della narrazione troviamo Rachel Weisz (protagonista della serie Dead Ringers) nei panni di una stimata professoressa universitaria di mezza età, la cui vita viene scossa da uno scandalo pubblico: suo marito (John Slattery), anch’egli docente nello stesso ateneo, è accusato di aver intrattenuto relazioni inappropriate con diverse studentesse. Mentre la coppia tenta di navigare nella tempesta legale che ne consegue, l’equilibrio della protagonista viene alterato dall’arrivo di Vladimir (Leo Woodall, Bridget Jones – Un amore di ragazzo), un giovane romanziere entrato a far parte del corpus docenti.

Vladimir mette in scena una donna che percepisce di essere stata progressivamente espulsa dal territorio del desiderabile, come se la maturità femminile fosse incompatibile con la passione. L’arrivo del giovane Vladimir produce un desiderio totalizzante che invade ogni aspetto della vita della protagonista. Il ragazzo diventa per lei una musa al maschile, un motore che le risveglia la fame creativa e sessuale sopita da tempo. Assistiamo a un rovesciamento dei ruoli: per secoli la musa è stata una figura femminile eterea, oggetto destinato a nutrire il genio maschile; in Vladimir il processo si inverte. La protagonista osserva, desidera e costruisce Vladimir come oggetto della propria fascinazione.

Uno degli elementi che colpisce immediatamente è la commistione di toni, evidente soprattutto con l’alternanza di brani classici e inserti contemporanei. Se la sigla, attraverso l’uso di musica e iconografia classica, eleva la materia del desiderio a una dimensione mitologica, la narrazione riporta tutto su un piano più immediato, con brani pop come Femininomenon di Chappell Roan.

Riprendendo la lezione di Fleabag, la protagonista si rivolge direttamente allo spettatore, instaurando un rapporto complice. L’intento affonda le sue radici nel romanzo: come dichiarato dall’autrice Julia May Jonas, la scrittura è un dialogo riservato tra autore e lettore. Qui questo principio viene tradotto attraverso lo sguardo in macchina: il dispositivo cinematografico simula infatti l’intimità della pagina scritta.

Durante l’intera serie lo spettatore non conosce il nome della protagonista, scelta che trasforma la donna in un archetipo universale. Come accade in Fleabag, la figura della protagonista diventa una voce che appartiene a tante donne diverse e allo stesso tempo viene anche accentuato il carattere soggettivo del racconto, come se la storia esistesse soltanto nella prospettiva in cui viene narrata.

La vita quotidiana della protagonista diventa come un palcoscenico e lo spettatore un confidente voyeurista, che entra nella mente della protagonista e osserva quei desideri che rimangono invisibili agli occhi degli altri. Il rapporto con lo spettatore rappresenta l’unico luogo di autenticità possibile, dove il personaggio può davvero essere se stesso. Non è un caso che, quando la protagonista deve confrontarsi con il mondo, utilizzi un’espressione rivelatrice: «Si va in scena».

Vladimir costruisce un universo soggettivo in cui realtà e immaginazione si sovrappongono continuamente. Lo spettatore entra in uno spazio che appare distante dal quotidiano, ma ciò che viene condiviso dalla protagonista non è un mondo astratto, ma la materia più ordinaria della sua esistenza. La protagonista racconta la propria vita senza filtri, quasi in forma confessionale. La quotidianità diventa materia narrativa plasmabile, continuamente rielaborata dal suo sguardo: la serie riesce a trasformare il desiderio in un dispositivo capace di riscrivere la realtà stessa.

Disponibile su Netflix

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