Arco – Un’amicizia per salvare il futuro, la recensione: il tempo che passa

Arco, recensione

Fino alle sequenze finali, poco prima di una frattura spiazzante e inattesa, Arco (trailer) si presenta come un film sul tempo passato, un archivio da osservare curiosi ma con cui non è possibile interagire. Invece dopo i vari e progressivi suggerimenti, appena superato lo scarto rivelatore, quello di Ugo Bienvenu si mostra definitivamente come un film sul tempo che passa.

Arco ha dieci anni e viene dal 2932, ma dopo aver rubato e indossato il costume arcobaleno della sorella, che gli permette di viaggiare nello spazio-tempo, si ritrova catapultato nel 2075 senza possibilità di tornare a casa. Insieme a Iris, una sua coetanea che vive con il fratellino e con Mikki, un robot incaricato di prendersi cura di loro mentre i genitori lavorano in città, deve escogitare un modo per rientrare nel futuro da cui proviene.

Il passato tecnologico (per noi affascinante futuro) di Iris è obsoleto per Arco, che non ha mai visto androidi o ologrammi. Lui viene da un mondo tranquillo, simil-paradisiaco, e vive in una casetta edificata sopra le nuvole, sorretta, come tutte le altre, da immense travi metalliche ramificate che attribuiscono all’intera struttura la forma di un grosso albero (della vita), mentre nel 2075 gli alberi reali bruciano e il vento accompagnato dalla pioggia li sradica. Se per Arco un “sotto”, un suolo, non esiste — o se esiste non ci è dato saperlo —, nel 2075 quel sotto è vessato da continui e brutali eventi atmosferici, tanto che le case, qui ancora impiantate al terreno, sono dotate di resistenti bolle protettive che si attivano autonomamente per non farle crollare. Bienvenu dedica molto spazio alla costruzione di una struttura ambientale (alle sue mutazioni e regole) entro cui i personaggi possano muoversi e con cui possano interagire.

Arco, recensione

Ci sono alcune sequenze, in particolare, attraverso cui la dimensione ambientale chiarisce definitivamente il rapporto tra i tempi e il gioco di sguardi che si crea tra Arco, Iris e i tre “antagonisti” mascalzoni colorati, schiavi di un passato di prese in giro, senza mai essere presi sul serio perché convinti di aver visto nell’infanzia “uno come Arco”, tanto da voler ossessivamente scoprire e poi mostrare a tutti i segreti del ragazzo. Ecco, se i tre e Iris guardano incuriositi il futuro, lo sguardo di Arco è invece volto al (“primo”) passato, ai dinosauri da cui sarebbe voluto andare. Cosa che riesce a fare, pur sbrigativamente, grazie a una delle stanze-crea-ologrammi della scuola della città — ma questa, per quanto così definita, si può considerare realtà o una sua rappresentazione? O ancora, i tempi si allineano soprattutto nel momento in cui l’androide Nikki dipinge geroglifici in una grotta dopo il grande incendio, per restituire al mondo i suoi ultimi ricordi prima di spegnersi definitivamente, un gesto che ha come conseguenza quello scarto definitivo prima citato (e che non esplicitiamo per non rovinare la sorpresa).

Poi il film termina quando i percorsi narrativi dei personaggi sembrano non essersi davvero conclusi. Appaiono quasi interrotti. Ma è proprio in questa loro interruzione che risiede la vita. Grazie al percorso ben costruito da Bienvenu, siamo consapevoli che, così come hanno avuto un passato e un presente, Arco, Iris e i tre simpatici mascalzoni avranno anche un futuro.

Dal 12 marzo al cinema.

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