
Spesso i fenomeni che determinano la circolazione di un prodotto audiovisivo sono così imprevisti che i creatori stessi non sanno comprenderli. Ad un elenco di infinite serie tv costruite al dettaglio e programmate per diventare fenomeni del web, si contrappone l’elemento sorpresa di quella che viene dal nulla e che in poche settimane passa dalla bocca di tutti. E più questi processi si provano ad anticipare con qualche ricetta magica da piattaforme pronte a emulare e fagocitare il nuovo, più spesso chi ci prova rimane con le mani in mano proprio perché eventi come questo sono imprevedibili, e perché si basano sull’intercettazione da parte del pubblico di qualcosa. Qualcosa che nemmeno l’algoritmo può prevedere.
Heated Rivalry (trailer), la nuova serie scritta e diretta da Jacob Tierney è prima di tutto questo, perchè niente dava l’idea che potesse ottenere il successo che ha avuto. Tratta da due libri di Rachel Reid, Game Changers e Heated Rivalry appunto, è una produzione canadese a basso budget con attori semisconosciuti e, una volta acquisita da HBO Max, è diventata il miglior debutto finora della neo-piattaforma.
Ma è impossibile parlarne a dovere senza menzionare il ruolo centrale che i social hanno giocato nella sua scoperta. Complici il passaparola virtuale, i Tiktok virali, l’innegabile chimica dei due attori protagonisti, ed in poco tempo è diventata la serie più chiacchierata degli ultimi mesi. L’elemento mediale non può che essere la chiave da cui partire per una serie che però, senza questa prospettiva, appare abbastanza lineare se non addirittura ingenua.
Due stelle dell’hockey, il candese Shane Hollander (Hudson Williams) e il russo Ilya Rozanov (Connor Storrie) punte di diamante delle loro rispettive squadre, si incontrano per anni come avversari e intraprendono una relazione dapprima puramente fisica che diviene col tempo sempre più complessa. Il sesso è al centro del discorso, diventando il terreno comune che i due usano per conoscersi. La comunicazione passa per i loro corpi prima che dalla parola, e solo dopo una confidenza carnale i due possono iniziare a conoscersi davvero (e a imparare la lingua dell’altro). Fuori dalle lussuose camere da letto dove si incontrano la notte, però, c’è il mondo reale: soprattutto quello sportivo eteronormativo che ha da ancora problemi con l’omosessualità, portandoli a nascondersi dagli altri tra fraintendimenti e incomprensioni alimentate dello star system in cui i due faticano ad ambientarsi.
La scrittura è ciò su cui punta la serie e anche ciò che presenta le maggiori lacune, trascinandosi dietro il ritmo: il risultato è uno scandire del tempo disomogeneo, che si arresta e scorre a intervalli irregolari rendendo la visione talvolta difficile, forse dovuto al fatto che sono stati condensati due libri in sei episodi. Il lungo lasso di tempo (un decennio) che si vuole raccontare fa sì che i montaggi ci scorrano davanti agli occhi e ci raccontino la loro relazione fisica e virtuale ma senza approfondirla quando dovrebbero. L’obiettivo è sicuramente spiegare la routine e la monotonia di quel rapporto, ma senza grandi svolte di trama se non i loro tormenti ha il risultato di produrre alla lunga quella stessa monotonia nello spettatore.

L’ambizione di raccontare il mondo omosessuale nell’ambito sportivo maschile è necessaria e attuale. Ma lo fa molto meglio attraverso la storia parallela di Scott Hunter (François Arnaud), un giocatore che, proprio come loro, nasconde la sua sessualità e relazione. Il suo percorso di coming out, unico momento in cui ci stacchiamo dalla focalizzazione su Shane e Ilya, non è altro che un rispecchiamento che rende visibile l’invisibile e ci permette di condividere con i due protagonisti la sorpresa nel comprendere che i loro travagli, se detti ad alta voce, possono unire invece che dividere.
Eppure, la storia non ha abbastanza conflitti per imporsi in tutti i sei episodi, e non investiga come dovrebbe sull’ambiente che i due protagonisti vivono quotidianamente, dimostrandosi incapace di scavare sulla complessità dei loro problemi e rendendo la critica al mondo sportivo talmente diluita da essere inoffensiva. Si racconta il percorso di due protagonisti per l’accettazione di sé stessi, ma è un’occasione persa per criticare più a fondo un ambito ancora così condizionato da certi tabù. Soprattutto perché l’hockey rimane talmente tanto in superficie da non venire quasi mai visto, solo raccontato. Ciò che accade nello spogliatoio è più importante della partita, certo, ma la tensione consumata subito e la rivalità solo intravista lasciano l’amaro in bocca per chi avrebbe voluto più da vicino la dicotomia sport-sessualità, e forse soffermarcisi avrebbe aiutato a portare il messaggio ad un pubblico più vasto.
Ma sarebbe troppo semplice ridurre a questo una serie del genere, appellandoci ad una neutralità critica che è estranea invece alla vitalità dell’arte. Heated Rivalry si è affermata grazie ad un pubblico prevalentemente femminile e queer, anche per questo il suo successo è stato sminuito e declassato. Come ogni fenomeno culturale amato e creato dalle minoranze (ad esempio le fanfiction, a cui il libro si rifà nei suoi codici essenziali), spesso ci è più facile puntare il dito sul cosa e sul come senza interrogarci a sufficienza sul perché serie come queste abbiano questa risonanza. Si può parlare a lungo di una regia impostata e una scrittura disarticolata, ma se accompagnati da un interesse verso la ricezione, che è e deve essere parte del discorso.
La celebre serie canadese è diventata, sia nell’ottica di rappresentanza queer che nell’ottica di evasione tutta femminile, un segno di unione e appartenenza. Possiamo dibattere se la rappresentazione sia clichè, se il coming out sia l’unico confitto che un uomo gay possa affrontare, su ciò che l’oggettificazione maschile filtrata dallo sguardo femminile (sia anche di riappropriazione) voglia dire. Ma circoscrivendolo dentro un discorso transmediale che ha saputo imporsi nel panorama di internet con una forza difficilmente replicabile sfuggendo ad ogni logica attuale, rompendo gli schemi del definito e producendo aggregazione e conversazione. Per quante altre serie del momento possiamo dire lo stesso?

