Piove, la recensione: una speranza per il cinema di genere italiano

Piove, recensione del nuovo horror di Paolo Strippoli

Dopo il successo internazionale di A Classic Horror Story, prodotto per Netflix in co-regia con Roberto De Feo, Paolo Strippoli torna con il suo secondo lungometraggio, Piove (trailer) Stavolta prodotto per il grande schermo. La storia ruota intorno ad un dramma famigliare, quello della famiglia Morel, spezzata da un tragico incidente e che si trascina in avanti a fatica, tra rancori, rabbia repressa e risentimento. È la storia di due personaggi in particolare: Enrico (Francesco Gheghi), un adolescente carico di odio, verso sé stesso, verso il mondo e soprattutto verso il padre, facendosi simbolo di una generale rabbia giovanile inespressa; Thomas, il padre, (Fabrizio Rongione) che invece vive nel dolore, nel senso di colpa e nel rimorso. Due modi opposti di affrontare un trauma che ha frantumato la loro esistenza. L’orrore umano si mescola ad un altro tipo di orrore ben più “tipico”, costituito da una strana melma proveniente dalle fognature, che si farà artefice e causa di un quadro di violenza che finirà con l’inghiottire l’intera città.

L’orrore in Piove non è immediato. Perché si tratta prima di tutto di un orrore umano, spirituale: è l’orrore della perdita, di una vita che si ferma e sembra non riuscire a ripartire. Il film scritto da Jacopo Del Giudice e Paolo Strippoli parla delle emozioni negative di oggi, della rabbia, della frustrazione, dell’assenza di sensibilità, della repressione. Sembra voler cercare una motivazione paranormale che vada a spiegare tutto questo odio diffuso, perché forse il mondo che stiamo vivendo oggi è troppo assurdo e cupo per poter rappresentare la normalità. È il mal di vivere contemporaneo, amplificato dallo scenario di una Roma tetra, scalfita da una pioggia incessante, quasi come a voler tentare di sciacquare via tutta questa negatività, questa corruzione invisibile che continua ad avvelenare gli animi dei suoi abitanti.

Eppure, Piove sembra voler infondere negli spettatori una lieve sensazione di speranza, la speranza di una possibile rinascita dell’umanità, battezzata da questa pioggia senza fine e purificata tramite una (seppur violenta) catarsi dell’anima. Motivo in più per cui l’imposto divieto per i minori di 18 anni appare quanto mai paradossale per un film che nonostante i suoi contenuti e la sua malinconia cerca di lanciare un messaggio positivo e di conforto, in un particolare periodo storico in cui sia dentro che fuori il cinema si respira sempre più un generale clima di incertezza. Una censura inspiegabile quella di cui è stato vittima Piove, che già di per sé inizia il suo viaggio come film svantaggiato, in quanto film di genere italiano, diretto da un regista emergente, che cerca di farsi largo all’interno di un mercato stagnante che un passo alla volta sta provando a ritagliarsi uno spazio prezioso per produzioni che esulano dagli standard tipici italiani.

Se A Classic Horror Story si presentava come un omaggio al cinema folk horror americano (e non solo), un film dall’elevato contenuto citazionistico e costruito per apparire commercialmente appetibile per il pubblico più generalista del cinema horror, Piove invece appare come un film molto più personale ed introspettivo. La componente horror non si rivela immediatamente perché non costituisce il punto focale della vicenda narrata. L’obiettivo è innanzitutto quello di raccontare la storia di una famiglia affranta, il fattore horror non è che un ingrediente come gli altri, e questo è un tratto fondamentale che contraddistingue questo film da tanti altri simili che puntano più allo spavento facile piuttosto che ad una scrittura coerente e lineare.

Un film che agisce per sottrazione, partendo da Stephen King, dal body horror e dal j-horror, passando anche dal cinema d’autore contemporaneo (italiano e non solo) riuscendo però comunque a costruirsi una propria identità ed una propria iconologia. Un’iconologia che sovverte codici e simbologie, dove la pioggia diventa fonte e cura del male, dove i palloncini rappresentano l’infanzia e il suo annientamento.

Tra una distribuzione parziale e l’esclusione delle fasce di spettatori più giovani, Piove è un film che non sta avendo vita facile in sala, facendosi carico di rappresentare cosa vuol dire tentare di uscire dagli schemi tradizionali all’interno di una cinematografia nazionale che decide di penalizzare un film che altrove viene accolto con calore e rispetto. Infatti, prima di essere distribuito in Italia, Piove è stato presentato e premiato in numerosi festival internazionali, seppur vada detto che anche sul nostro territorio ha avuto modo di essere proposto in anteprima tramite Alice nella Città e il Science+Fiction Festival.

Forse però, oltre alla speranza di salvezza del genere umano, Piove può diventare un simbolo di speranza anche per il cinema italiano, perché dopotutto l’arte più provocatoria e sconvenevole è sempre stata censurata ed offuscata, ha sempre dovuto lottare per affermarsi e l’horror italiano non fa di certo eccezione, fin dalle sue origini.

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