È andato tutto bene, la recensione: la purezza dell’amore nell’ultimo film di Ozon

È andato tutto bene (Tout s’est bien passé, qui il trailer) è l’ultima opera del regista parigino Francois Ozon, presentata – anch’essa come il precedente Été 85 – al festival di Cannes e disponibile nelle sale italiane dal 14 gennaio.

Cosa fareste per amore? Se con ogni probabilità siete sicuri che lottereste con tutti voi stessi per salvare la vita di un vostro caro, siete altrettanto sicuri che mettereste la stessa energia nel soddisfare la sua volontà opposta? Questa la domanda che sostiene tutta la trama, a cui il film non dà e non vuole dare risposta; ma propone una possibile risoluzione.

Emmanuelle, interpretata in modo sublime da Sophie Marceau, si trova improvvisamente a dover affrontare una situazione tanto dolorosa quanto comune. Suo padre ottantenne è stato colpito da un ictus e sebbene sia fuori pericolo rimane ricoverato per diversi mesi con l’obiettivo di recuperare l’uso di un braccio e altre funzioni rimaste compromesse. Ad affiancarla nelle visite ospedaliere il suo compagno Serge (Éric Caravaca) e la sorella Pascale (Géraldine Pailhas), mentre loro madre Claude, interpretata dalla celebre Charlotte Rampling, rimane defilata perché troppo malata.

Inizialmente, nonostante le dovute e comprensibili preoccupazioni, Emmanuelle appare alquanto tranquilla e fiduciosa del recupero del padre ma tutte le sue speranze si sgretoleranno quando un giorno suo padre André (André Dussollier) le chiederà di aiutarlo a morire. Da questo momento l’azione avrà inizio; o forse no. Infatti nonostante il tempo scorra velocemente mentre siamo seduti in sala, la narrazione di Ozon rimane statica, si costruisce di continui passi in avanti seguiti da altrettanti passi indietro, sia che la si voglia leggere dal punto di vista della protagonista sia dal punto di André. Emmanuelle vorrebbe assecondare suo padre, fa delle ricerche sull’eutanasia e si informa legalmente, poi tentenna, lascia passare del tempo, fa finta di niente. Si aggrappa a qualsiasi involontaria speranza lanciatagli da André, il quale però, purtroppo, è più convinto che mai.

Ozon ci spinge ad una riflessione profonda che valica le questioni etiche o morali. In pochissimi casi la scelta dell’eutanasia, o meglio la scelta di Emmanuelle di assistere in questo André, viene criticata. Ciò che più emerge dalla visione è la profonda difficoltà in cui si ritrova una figlia che si sta privando del suo stesso padre. Emmanuelle in più occasioni fa emergere, più o meno esplicitamente, un forte risentimento nei confronti di André, rasente l’odio. Da quanto il film rivela, André è sempre stato un genitore emotivamente abusante, poco attento alle esigenze delle figlie, adultero e causa dello stato mentale di Claude. Che André non sia stato il padre migliore del mondo non importa, o meglio, forse potrebbe importare a qualcuno, ma non a Pascale e Emmanuèlle.

Nonostante il tema sia tutt’altro che leggero, È andato tutto bene risulta un film nel complesso equilibrato. La continua tensione tra dramma e commedia tinteggiata talvolta di grottesco rende possibile emozionarsi ed immedesimarsi senza però uscirne appesantiti. Sorridiamo, piangiamo, rimaniamo contrariati e sbalorditi; affascinati dalla leggerezza della morte.

Infine l’amore di queste due sorelle, di due figlie per il loro padre è tanto puro da vincere ogni egoismo. Una chiusura poetica, ad effetto, pronunciata dolcemente al telefono dalla signora svizzera (Hanna Schygulla, musa del regista Rainer Werner Fassbinder): «È andato tutto bene».

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