#Venezia78: Freaks Out, recensione del film di Gabriele Mainetti

Freaks out recensione film Gabriele Mainetti DassCinemag

Chiamare gestazione quella che ha accompagnato l’arrivo sul grande schermo di Freaks Out (trailer) sarebbe non solo riduttivo, ma anche poco vivido. Siamo più che altro dalle parti del travaglio vero e proprio, un percorso di montagne russe nel quale si è lanciato con desiderio e spericolatezza Gabriele Mainetti negli ultimi anni, ideatore, produttore, sceneggiatore, regista di un film finanziato con perseveranza e immaginato in grande sin dal primo momento.

Dopo rinvii, ripensamenti, rimaneggiamenti ai limiti del maniacale e una pandemia poco propizia al mondo dell’industria cinematografica nel mezzo, Freaks Out approda in pompa magna all’interno della selezione del Concorso della 78esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Non poteva esserci occasione migliore da sfruttare per presentare uno dei film più agognati e desiderati degli ultimi tempi, dopo il folgorante e spartiacque debutto di Mainetti con Lo chiamavano Jeeg Robot. Aspettative alle stelle, insomma.

Anche troppo alte, di quelle che ti bruciano la terra sotto i piedi e ti scottano il palmo ancor prima di poter mostrare qualcosa di sé. Ebbene, è lieto constatare come già nei primi istanti di un film dalla durata molto importante (141 minuti) l’ansia da prestazione viene spazzata via con deciso gesto della mano che dirada la nube che avvolge un Giorgio Tirabassi a cui spetta il compito di introdurci in un mondo favolistico, ma allo stesso tempo crudo e reale. Sono gli ultimi giorni dell’occupazione nazista di Roma e un piccolo show di freaks, esseri grotteschi dai poteri fuori dal normale, fa ingresso in una città al collasso sotto le macerie. Che fare adesso per guardare al futuro, quali decisioni intraprendere per sopravvivere alle ultime braci di una guerra che non ha ancora del tutto esaurito la sua brutalità?

Ecco dove si guarda, all’America, alla quale guarda soprattutto un Mainetti che nel suo non badare a spese (ci hanno creduto anche Andrea Occhipinti con Lucky Red, la Goon Films e Rai Cinema) confeziona un’impalcatura produttiva dal respiro internazionale. A partire dalla ricostruzione degli ambienti con scenografie curatissime e puntuali (Massimiliano Sturiale), per arrivare al comparto costumi (Mary Montalto) e finire nella vera punta di diamante che sono gli effetti visivi (Stefano Leoni), lontani anni luce dalla concezione spesso e volentieri casereccia che ci aspettiamo di trovare nelle opere che escono dalla fucina cinematografica del nostro Paese. Si respira industria, sforzo collaborativo trasversale che taglia l’intero film e alza a dismisura l’asticella di quello che si può e si deve fare con mezzi che di certo non mancano, che si scontrano piuttosto con le volontà.

La volontà qua c’è, a braccetto con la follia, ma è questo connubio a rendere vincente l’odissea di un gruppo eterogeneo (Claudio Santamaria, Pietro Castellitto, Giancarlo Martini) raccolto attorno al percorso formativo della Matilde di una splendida Aurora Giovinazzo, versione compiuta ed efficacissima di quella Dark Phoenix che non fu affatto l’omonimo film della saga degli X-Men. A stupire più di tutti è forse addirittura l’antagonista di questo racconto ironico ma anche estremamente spietato, un magnifico Franz Rogowski (Undine) nei panni di un personaggio il cui tormento e le cui derive sono già iconiche, già un pezzo di cultura pop pronta a sfondare di forza il mercato (pure quello USA).

Ma che bravo Mainetti, assieme al fedele e pure lui a dir poco ottimo Nicola Guaglianone con il quale collabora in sceneggiatura, pronto a catturare a piene mani da quell’humus culturale fatto di anche di partigiani (storpi, brutti, menomati) e Bella ciao per metterlo al servizio del genere e della sfrontatezza di un intrattenimento che è totalizzante. Si fa tesoro delle esperienze portate dai grandi, grandissimi, come lo scontro campale nel finale che urla Salvate il soldato Ryan da ogni dove e si fa di una bellezza visiva chirurgica, trasformando la polveriera in un momento ludico che si interseca con il catartico.

Freaks Out nasce nel coraggio e setta un nuovo standard per pensare il cinema, assestandosi come uno dei migliori blockbuster (e si intende, ovviamente, a livello globale) degli ultimi anni in grado di controbattere con decisione alle narrazioni supereroistiche che arrivano da oltreoceano. Chapeau.

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