#ROMAFF15: 9 Jours à Raqqa, la recensione

9 Jours à Raqqa

Nove giorni. 9 Jours à Raqqa per conoscere Leila Mustafa. La scrittrice Marine de Tilly non ha che nove giorni. Ecco che dunque si dirige nella città della Siria tristemente nota per essere stata la roccaforte dell’ISIS. Ed ecco che incontra Leila Mustafa, sindaco della città liberata, un’ingegnere e una combattente che deve fronteggiare l’arduo compito di rialzare ciò che è stato completamente raso al suolo dalle bombe. Una donna che cattura l’attenzione di un’altra donna, che filmata da Xavier de Lauzanne si dirige per nove giorni a Raqqa, per immergersi nella vita di quella che lei stessa definisce “un’eccezione”, una donna in un mondo di uomini, che lotta per il suo paese. E lotta in prima fila.

Dei numeri rossi compaiono sullo schermo, a scandire il tempo che Marine de Tilly ha a disposizione per racimolare abbastanza informazioni per il suo libro, il libro che vuole scrivere sulla vita di Leila Mustafa, un libro indirizzato a quell’occidente che ancora è interessato alla questione siriana, alla questione kurda. Un libro per pochi, insomma, dal momento che l’occidente a Raqqa ha voltato le spalle, come il documentario lascia intendere con un semplice filmato d’archivio: l’annuncio da parte di Donald Trump del ritiro delle truppe americane da Raqqa. Non servono altre parole oltre a quelle del presidente degli Stati Uniti, che con veemenza afferma quanto l’America sia stata la sola a lottare contro l’ISIS, non servono altre parole dopo le immagini che sfilano inesorabili sullo schermo, le immagini di Raqqa distrutta, le immagini degli abitanti della città che lottano, con le armi in mano, durante la rivoluzione. Non servono altre parole per mostrare in tutta la sua evidenza l’ipocrisia di un’affermazione simile e l’errore commesso ritirando le truppe americane, soprattutto in un momento così delicato come quello che Raqqa sta vivendo.

Non servono perché bastano le immagini con la loro evidenza. Diretti e dolorosi sono infatti i filmati d’archivio, che trasmettono il terrore, il dolore, lo sgomento. Il gelo pervade la sala ad ogni sparo. Il footage del documentario, girato con attrezzatura leggera per poter seguire Mustafa nei suoi spostamenti, si confonde con questi filmati d’archivio. La scelta che fa Xavier de Lauzanne è quella di realizzare un documentario sobrio, spoglio come la città in cui è ambientato, ma forte come la donna che racconta.

Leila Mustafa ci viene mostrata al lavoro, la vediamo agire concretamente per ricostruire le infrastrutture di Raqqa. La vediamo all’erta, “non stiamo troppo tempo qui fuori” viene ripetuto spesso dal sindaco. Quella di Mustafa però non è paura, è “una questione di vita o di morte”. Esporsi è pericoloso. Per questo a casa dai genitori ci si va di notte, per evitare di metterli in pericolo, per evitare possibili ripercussioni su di loro. Ma è importante andarci, per poter conoscere Leila Mustafa non solo come sindaco. A casa la scopriamo infatti figlia di genitori affettuosi e preoccupati, mentre la madre fumando una sigaretta racconta a Marine de Tilly il rapporto che ha con la sua famiglia. “Possa Dio proteggere ciò che ha” le augura l’interprete, parole che provengono dal cuore dopo aver visto con i propri occhi lo stato in cui si trova Raqqa.

Ed ecco che il numero rosso sullo schermo annuncia la fine di questi 9 Jours à Raqqa. Nove giorni che per conoscere appieno una donna che “chissà quante vite ha vissuto nonostante la giovane età” forse non sono tanti, ma sono abbastanza affinché con una telecamera in spalla si possa mostrare al mondo la determinazione di un sindaco nell’andare avanti nonostante tutto e il desiderio di vita di una città intera.

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