#Venezia78: Tearless, recensione del film di Gina Kim


Durante la quinta edizione del Venice VR, il concorso dedicato alla realtà virtuale della Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, viene presentato Tearless, di Gina Kim.

Il centro di detenzione di Monkey House venne edificato poco dopo la guerra di Corea, si trattava di un luogo in cui venivano deportate e sottoposte a cure estreme di penicillina le donne coreane obbligate a prostituirsi per intrattenere i soldati americani di istanza in Corea del sud. Le malattie veneree erano molto diffuse fra i soldati americani e comportavano diversi problemi di contagio nell’esercito alleato, così il Governo coreano decise di istituire un luogo di detenzione per donne sospettate di essere responsabili della diffusione delle malattie.

Il trattamento sanitario non era però soggetto a sufficienti controlli e molte donne morivano per dosi eccessive di pennicillina oppure si suicidavano, non era loro concesso di uscire e molti abitanti dei centri limitrofi testimoniarono di aver udito durante le notti e per tutta la durata di operatività del centro pianti e grida spaventose femminili. La regista Gina Kim ci porta nel centro abbandonato, ci costringe a vedere i luoghi dell’agonia femminile, gli spazi del dolore e delle lacrime, sentiamo passi, pianti e grida mentre il centro in rovina si mostra attraverso i suoi macabri resti.

Una donna, ci osserva fumando una sigaretta, forse è un fantasma del centro, forse è l’essenza di tutte le vittime di Monkey Island, mentre ci guardiamo intorno si manifestano oggetti del quotidiano perduto, compaiono come spettri della memoria, ci martellano e ci costringono ad immedesimarci nel dolore delle vittime portandoci all’empatia con chi ha sofferto ed ha vissuto la mostruosità.

Un film importante e doloroso, un ritratto emozionante e perturbante di una pagina di storia dimenticata della Corea del sud. Guardando questo ritorno nei luoghi della memoria non si può evitare di pensare a Notte e nebbia di Alain Resnais, sembra che Gina Kim abbia fatto tesoro di quegli insegnamenti, e nel modo con cui riporta in vita i luoghi del dolore sembra volere ricercare una variante contemporanea dello stile e della sperimentazione del grande maestro francese. L’uso della tecnica di realtà virtuale in questo caso obbliga lo spettatore ad incanalarsi nei luoghi della sofferenza, sentire i pianti, capire la paura e gridare interiormente con le donne invisibili del centro di detenzione.

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