#Venezia78: The Lost Daughter, recensione del film di Maggie Gyllenhaal

The Lost Daughter recensione film Maggie Gyllenhaal DassCinemag

Portare sullo schermo il romanzo La figlia oscura di Elena Ferrante non era di certo un compito semplice. Immerso nella nube di pensieri tanto elettrici quanto colmi di uno spirito materno estremamente contraddittorio, il libro della Ferrante è un osso duro da masticare. Maggie Gyllenhaal, al suo esordio dietro la macchina da presa, riesce però con The Lost Daughter a confezionare un adattamento che fa davvero del suo meglio, sorretto da una regia solida e certa nelle intenzioni.

Nel centro c’è la Leda di Olivia Colman, docente universitaria che decide di trascorrere le proprie vacanze estive in solitaria, sotto al sole di un’isola greca dove non conosce nessuno e nessuno conosce lei. Si sdraia sul lettino spostato diligentemente all’ombra dal bagnino Will (Paul Mescal), mentre nel frattempo qualche posto più in là la spiaggia si prepara ad accogliere una chiassosa famiglia dall’aspetto prepotente e losco. Da questo vortice emerge Nina (Dakota Johnson), giovane madre del gruppo con al seguito la piccola figlia Elena che tiene stretta a sé una bambola dalla quale non si separa mai.

Leda osserva incuriosita, forse intimorita, sicuramente affascinata da questa bufera nel cui occhio del ciclone c’è la pacata Nina. Da qui si snocciola una narrazione semplice, addirittura esile ed essenziale, solidificata su un dedalo progressivamente sempre più aggrovigliato fatto di desideri, ricordi e pentimenti. Perché anche Leda è una madre e guardando a Nina con sua figlia trova un varco spazio-temporale per scrutare dentro se stessa (forse è questo il vero Madres paralelas). Scrutare insomma il suo passato, rievocato prima fugacemente e poi in maniera sempre più densa attraverso flashback dove a prendere i panni della Colman è Jessie Buckley.

Brava è sicuramente Gyllenhaal a condensare nei dialoghi fugaci la perturbazione atmosferica che vibra dentro Leda, a rendere su schermo la liquidità di rapporti anomali, casuali, abbozzati, che sono espressione di un mondo tutto interiore. Forse The Lost Daughter di quei flashback a un certo punto abusa un po’, chiamandoli in causa a reggere l’impalcatura emozionale quando il presente di Leda fatica a trovare uno sfogo comprensibile.

A onor del vero il film eredita i pregi del libro, seguito pedissequamente come traccia da non tradire mai, ma ne prende anche alcuni difetti che non vengono corretti quando la rotta sarebbe da rivedere in fase di adattamento. Fatica quindi in alcuni frangenti a sopperire visivamente quella densità di pensieri narrati in prima persona sulla carta, ma soprattutto sceglie di abbracciare in pieno anche la circolarità alla quale richiama un finale netto, quasi tronco, che la narrazione per immagini rilascia in maniera anticlimatica e con una sensazione di incompiuto di fondo.

Questione di scelte, anche coraggiose, che comunque non minano la riuscita complessiva di un’opera che accetta di confrontarsi con un’origine dai tratti rischiosi e che anzi in fin dei conti premia l’audacia. Non perfetto, ma comunque caldo e con alcune dure verità.

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