#Venezia78: Imaculat, recensione del film di Monica Stan e George Chiper-Lillemark

È ormai assodato lo smagliante stato di forma del (nuovo) cinema rumeno. La vivacità di un’ambiente magari anche difficile da cogliere in degli elementi ricorrenti o semplicemente da periodizzare. Ce lo aveva confermato pochi mesi fa la vittoria di Radu Jude a Berlino con Bad Luck Banging or Loony Porn, così come ce lo ribadisce a Venezia la vittoria di Monica Stan e George Chiper-Lillemark (direttore della fotografia di Touch Me Not, Orso d’Oro al Festival di Berlino del 2018) con Imaculat, premiato con ben due riconoscimenti: Miglior regia nella sezione Giornate degli Autori e Leone del futuro (premio alla migliore opera prima).

Imaculat è la storia Daria (l’intensa Ana Dumitraşcu, one-woman-show del film), diciottenne che finisce in un centro di riabilitazione per disintossicarsi dall’eroina. Al suo ingresso riceverà le lusinghe e avances dei molti – praticamente la maggior parte dell’istituto – pazienti maschi. Azioni che cambieranno lentamente la percezione dello spazio circostante in Daria, rendendo quello stesso istituto dipinto di bianco (così come le uniformi), una sorta di carcere.

L’esordio di Monica Stan è prima di tutto una storia autobiografica: lei stessa è finita a diciotto anni in riabilitazione e, come Daria, anche lei è stata illusa di queste sinistre lusinghe. Imaculat, come sottolinea nel suo commento la stessa regista, è un film che si concentra sull’idea che altre persone si fanno di noi, e sull’insicurezza di alcuni che finiscono per far propria quella stessa rappresentazione.

La prima sequenza è quantomai rappresentativa di questo concetto, un’ottima introduzione ad una (parziale) lettura di ciò che seguirà. Vedremo infatti il primo piano della nostra protagonista durante il colloquio iniziale con la direttrice dell’istituto. Fondamentale, in questo long take, sarà la mancanza di controcampo e una battuta della direttrice che segnerà Daria: “Questo è il tuo cervello [a causa della droga]”, mentre le indica, probabilmente, qualcosa di piccolo.

E il film di Stan e Chiper-Lillemark seguirà essenzialmente questo stile per tutto il film: 4:3, primi piani (anche degli altri pazienti), soft focus che non ci forniranno mai una mappa completa di questo ambiente a metà tra un centro di riabilitazione e un carcere. E poi il sopra citato utilizzo del bianco, colore per eccellenza vicino alla purezza che qui assume, paradossalmente, delle sfumature in base alla sequenza cui fanno da sfondo.

Imaculat è un film decisamente complesso che fa di una tacita lotta della nostra protagonista la sua ragion d’essere, in risposta ad un mondo che la vuole divorare (“Nessuno ti mangia” sarà una delle prime battute di un altro paziente) per il suo apparire immacolata. E questo rende il futuro percorso di Monica Stan uno di quelli da tenere d’occhio.

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