#Venezia78: Piligrimai, recensione del film di Laurynas Bareisa

Lo ricordiamo un po’ tutti The Act of Killing. La brutalità dei gangster indonesiani messa in scena da Oppenheimer attraverso il re-enactment era viva, concreta, nonostante quello che vedessimo di fronte a noi era solo mimica e niente più: un’idea alquanto complessa che però rese al meglio nel risultato finale. La stessa cosa sembra accadere con Piligrimai del lituano Laurynas Bareisa, premiato come Miglior film nella sezione Orizzonti della 78ottesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Vilinius Indre (Gabija Bargailaite) dopo tanti anni si ripresenta alla porta di Paulius (Giedrus Kiela) per un “particolare” giro in macchina. I due ripercorreranno le tappe finali di Matas, fidanzato di lei e fratello di lui, prima che Vytenis, il “matto” del paese, lo ammazzasse. Si parte dall’aeroporto, si finisce al pub, dove la vittima e l’assassino discussero animatamente, si chiedono informazioni a chi li ha visti insieme per l’ultima volta.

Il film di Bareisa si configura come una dolorosissima via crucis, inizialmente straniante, soprattutto per il comportamento eccessivamente violento e alienato di Paulius. Egli cerca vendetta e, pur conoscendo informazioni dettagliate dell’omicidio (l’ultima nota voce di Matas e dettagli sulle foto forensi), non si dà pace: c’è qualcosa in più e lui deve saperla. L’atteggiamento di Indre è, invece, agli antipodi: quieta osserva il primo ricostruire le tappe, i movimenti di suo fratello (come infilarsi dentro il bagagliaio di un’auto), ascolta senza intervenire molto quello che terze persone hanno da aggiungere. Piligrimai mette in scena i dubbi di Paulius, sottolineando registicamente la volontà di scavare all’interno dell’immagine.

Il montaggio di Piligrimai lavora sull’alternanza e sul raccordo di vari campi che non superano mai il mezzo busto; viene impiegata la profondità di campo, gestita attraverso inquadrature fisse e l’utilizzo del montaggio interno. Si cerca nel vuoto quello che le parole e le azioni ri-percorse dai protagonisti non sembrano far emergere. Bareisa non insegue l’impatto emotivo ma vuole accompagnare l’indagine dei protagonisti. Inevitabilmente, però, questa finirà per coinvolgere i nostri protagonisti.

Indre e Paulius si scontreranno con delle persone che hanno dimenticato o sottovalutano quanto accaduto, scoprendo un’indifferenza di fondo condivisa. Indre sarà forse la vera vittima di questo “gioco” (d’altronde Paulius sembra essere abituato ad entrare e uscire dal carcere); sarà lei che scoprirà quanto sia normale, per i cittadini di Vilnius, aver avuto a che fare con situazioni del genere. Sarà sempre lei a restare indifferente una volta scoperto che quanto accaduto a Matas è tanto decifrabile (parlando di successione degli eventi) quanto inspiegabile (l’atto, di nuovo, di uccidere).

E infine, dall’immaginario che si trascinava inizialmente l’evocazione del gesto, ai fantasmi ingombranti che dominavano gli incubi di Paulius e Indre, Piligrimai ritornerà ad un ambiguo e inafferabile vuoto.

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