Un padre, recensione del film disponibile su Netflix

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«I figli invecchiano. Ma non invecchiano loro, invecchiano te» recita il meraviglioso monologo di Mattia Torre, le cui parole, intrise di un umorismo nostalgico, riecheggiano con la stessa sentenziosa leggiadria del film Un padre (trailer). Il film, ispirandosi a un evento realmente accaduto (riportato nel romanzo di Matthew Logelin Two Kisses for Maddy: A Memoir of Loss & Love), racconta la storia di Matt (Kevin Hart), un aspirante papà costretto ad imparare in fretta le tecniche del mestiere dopo l’inaspettata morte della moglie Liz (Deborah Ayorinde) in seguito a un parto prematuro.

Rimasto vedovo, Matt si troverà ad affrontare da solo, tra la sfiducia dei suoi familiari, l’extra-ordinario mondo della paternità, assistendo in prima persona alla crescita di sua figlia Maddy (Melody Hurd) tra cambi di pannolini, goffi tentativi di pettinare i capelli alla bambina ed altri siparietti comici atti a smorzare la spiazzante afflizione dell’incidente scatenante.

Prodotto da Sony Pictures e da Higher Ground Production e diretto da Paul Weitz, Un padre (Fatherhood il titolo originale) è l’effigie di una maternità singolare, eco di una perdita nonché contenuto di senso in grado di trovare il suo significante in un padre novellino: ancora troppo avvolto nelle vesti di figlio per indossare quelle di genitore, anzi, del genitore. Perché il compito di Matt sarà quello di dedicarsi completamente alla vita di Maddy tanto da dover sacrificare gran parte della sua. Il risultato di questa interconnessione padre-figlia sarà un composto ambivalente fatto di situazioni dallo spiccato accento comico e scene drammatiche incastonate in una struttura tutto sommato verosimile, pienamente iscrivibile nel cosmo di una messinscena convenzionale.

Tuttavia, la pellicola diretta da Paul Weitz non è esente da sbavature. La prima sequenza si apre con una scena in chiesa, con Matt all’ambone in procinto di proferire parola. L’occasione è presumibilmente quella di un funerale, a giudicare dal volto smunto del protagonista, il quale, dopo qualche secondo di silenzio, pronuncia una frase, breve e diretta, che scioglie ogni dubbio sull’entità dell’evento. «È un vero schifo» dice Matt in una battuta dalla carica rivelatrice delle difficoltà che vivrà da neo-papà, ma anche di quella che è la natura talvolta ridondante e prevedibile dello script: nebulosa operazione di scrittura da cui non si evince un grande lavoro sul background del protagonista, ma uno schizzo primordiale di una personalità appena accennata, quella di Matt come degli altri personaggi a fare da contorno.

Un Padre recensione

All’inizio del film la sceneggiatura tende a soffermarsi sullo stato di sfiducia che i parenti sentono riguardo le capacità del protagonista di prendersi cura da solo di sua figlia. «È sempre stato estremamente immaturo», sente dire di lui, ma quest’estrema immaturità con cui lo dipingono non si sposa granché con la raffigurazione che il racconto fornisce di Matt; sembra in realtà un uomo responsabile, innamorato di sua moglie Liz, con un buon lavoro e degli amici che gli vogliono bene. Si tratta dunque di un errore di credibilità, apparentemente innocuo, che però funge da preludio di una serie di defezioni, imputate di compromettere la riuscita della commedia drammatica, la quale seppur godibile, si configura come un simulacro di storie viste e riviste dalle parti dell’industria Hollywoodiana.

La natura non originale della sceneggiatura è un’attenuante troppo debole per giustificare la scarsa identità di un film così desideroso di toccare tematiche di forte risonanza emotiva e mediatica. Il problema, però, sono le conclusioni. La vera storia di Matthew Logelin risale al 2008 e questo è un dettaglio non proprio trascurabile, poiché mostra come l’affresco cinematografico sul coraggio di un padre single che affronta tutte le difficoltà da solo sia un po’ fuori tempo massimo per agire da archetipo sull’inconscio collettivo.

Se è vero che non bisogna mai dare nulla per scontato e che sensibilizzare attraverso i mezzi di comunicazione sia sempre legittimo, d’altra parte si spera vivamente che nel 2021 alcune realtà non siano più motivo di scalpore. È dunque manifesto lo scarto tra le mire drammatiche e gli esiti cinematografici di una pellicola asettica, che gode di un riscatto parziale nei teneri momenti di gioco padre-figlia e nell’interpretazione dell’attore comico Kevin Hart, capace di tirare fuori dal cilindro un inaspettato talento drammatico. Sono tuttavia soltanto chimere le note di merito di Un padre: troppo isolate per risollevare le sorti di un film schivante le infamie svalutanti ma anche ben lontano da parvenze di lodi entusiaste.

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