Disclosure Day, la recensione: Spielberg telefona di nuovo casa

A quarantaquattro anni da E.T. l’extra-terrestre, Steven Spielberg torna al genere che lo ha consacrato, e lo fa con un film che è insieme thriller cospirativo e dichiarazione d’amore alla propria poetica.

Disclosure Day (trailer), scritto da David Koepp su un’idea originale del regista, arriva nelle sale italiane il 10 giugno 2026. Si presenta come la risposta definitiva alla domanda che attraversa tutta la sua filmografia: siamo soli nell’universo? La storia parte in medias res, con una concitazione che spiazza. Daniel Kellner (Josh O’Connor), esperto di cybersicurezza, ha sottratto a Wardex, entità privata e ombrosa che da settantanove anni custodisce l’archivio segreto dei contatti alieni, da Roswell in poi, le prove che l’umanità non è sola.

Daniel è un hacker con una convinzione semplice e assoluta: la verità appartiene a tutti. Nessuno ha il diritto di possederla come si possiede una merce. A dargli la caccia c’è Noah Scanlon (Colin Firth, efficacemente in controparte rispetto ai suoi ruoli abituali), mentre la fidanzata Jane (Eve Hewson) diventa pedina di scambio. Su un binario parallelo, a Kansas City, la meteorologa televisiva Margaret Fairchild (Emily Blunt) inizia a parlare lingue che non conosce, a leggere, anzi, ad abitare le menti altrui. Qualcosa, o qualcuno, sta comunicando attraverso di lei. Le due traiettorie convergono grazie all’enigmatico Hugo Wakefield (Colman Domingo), in quella che è essenzialmente una lunga fuga verso la rivelazione del titolo.

Ed è qui che il film mostra la sua vera chiave stilistica: Disclosure Day è girato nello spirito di E.T.. Non per nostalgia citazionista, ma per impostazione dello sguardo. Come nel capolavoro del 1982, gli alieni non sono spettacolo ma occasione. Spielberg cerca, come sempre, la reazione umana al contatto, lo stupore prima della paura, l’empatia come unica forma possibile di comunicazione. Margaret è l’erede adulta di Elliott. Un corpo attraversato da una coscienza altra, un canale emotivo prima che narrativo e Blunt sostiene questa premessa con una performance febbrile e commovente. Probabilmente la migliore del film. Gli agenti di Wardex, sagome nere e senza volto che irrompono nella vita ordinaria, sono i discendenti diretti degli “uomini con le chiavi” che invadevano la casa di Elliott: l’istituzione come minaccia, la persona comune come depositaria della meraviglia.

Anche formalmente il film parla la lingua del primo Spielberg. La macchina da presa è in costante movimento, fluida e avvolgente, e privilegia il punto di vista dei personaggi, quel guardare dal basso, ad altezza di stupore, che era la grammatica di E.T.. Le sequenze d’azione, da un inseguimento che attraversa letteralmente una fattoria a una spettacolare scena con un treno, hanno la coreografia limpida e fisica del cinema anni Ottanta. Mentre la partitura di John Williams amplifica tensione e tenerezza con la consueta, insostituibile maestria. E come in E.T., il finale non punta all’apocalisse ma alla connessione: un appello diretto al pubblico, sentimentale fino al rischio della retorica, che chiede di scegliere il cuore.

Non tutto funziona. La sceneggiatura di Koepp a tratti inciampa nel troppo che vuole raccontare. Alcuni personaggi restano abbozzati e la sentimentalità, marchio di fabbrica del regista, qui sfiora occasionalmente l’eccesso. Ma sarebbe ingeneroso ridurre il film ai suoi difetti. Disclosure Day è un blockbuster d’autore che crede ancora nel cinema come esperienza collettiva di meraviglia, fatto da un ottantenne con l’entusiasmo di un ragazzino davanti al grande schermo.

Se E.T. era la favola di un bambino che insegnava a un alieno, e a noi, cosa significa volersi bene. Disclosure Day è la sua versione adulta e disillusa: un mondo che ha smesso di credere, costretto a guardare di nuovo il cielo. E a sperare.

Al cinema dal 10 giugno.

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