Tre chilometri alla fine del mondo, la recensione: il silenzio che veicola l’odio

Tre chilometri alla fine del mondo, recensione DassCinemag

Presentato a Cannes e vincitore della Queer Palm (premio assegnato ai film di tema LGBT+ a Cannes), Tre chilometri alla fine del mondo (trailer) di Emanuel Pârvu mette in scena un racconto di omofobia e soprattutto di ignoranza, mettendo in prospettiva la realtà di tantissimi individui LGBT+ a livello internazionale. 

La Romania rurale fa da sfondo alla storia di Adi (Ciprian Chiujdea), un diciassettenne che viene aggredito in un atto di omofobia esplicita. Ciò che definisce il film però, non è soltanto la violenza iniziale, ma quella che ne prosegue, tra la reazione degli abitanti, i poliziotti e persino i suoi genitori. 

Una cinematografia lenta descrive l’ambiente: luoghi contadineschi, segnati dalla tradizione. Questi elementi filmici contraddistinguono il tema che viene trattato: un ambiente tranquillo fa da sfondo ad atti di violenza sia impliciti che espliciti. Si tratta di una realtà in cui dominano gli stereotipi e le convenzioni sociali, l’omologazione delle convenzioni morali che non permettono di prendere in considerazione l’individualità.

In un contesto in cui l’omosessualità viene vista come qualcosa di intrinsecamente sbagliato, un tabù di cui non si deve parlare, vi sono più tentativi di “curarla”: attraverso un intervento con un prete (una scena che può essere descritta più come un esorcismo che un incontro) in cui viene deciso di mandare Adi in un monastero; ed ipotesi sull’origine della sua sessualità, persino alludendo al vaccino del COVID come la sua causa.

Tre chilometri alla fine del mondo, recensione del film di Emanuel Pârvu

Non vengono mostrati tutti i fatti (l’evento scatenante non viene ripreso) si vedono gli accadimenti precedenti e successivi. Il film si focalizza più sulla reazione del paese ed i personaggi che stanno intorno al protagonista che l’evento in sé. Il Tell, don’t show fa in modo che l’aggressione iniziale non si veda, ma la violenza psicologica che ne consegue sì, e forse è peggio: è una violenza che si manifesta più psicologicamente che fisicamente, che va oltre l’accaduto in sé. Il “tabù” dell’omosessualità prevale sull’attacco; viene ignorata e giustificata.

Il protagonista è costretto a vivere in alienazione, sia fisica (gli viene impedita la comunicazione con il mondo esterno, non ha accesso al telefono, non può uscire di casa) che psicologica (per via della mentalità delle persone che lo circondano), come se il suo mondo non appartenesse al luogo in cui vive. 

Nella maggior parte delle scene, prevale il silenzio sul dialogo, enfatizzando il senso di spaesamento di Adi. Il silenzio, oltre a comunicare il sentire del personaggio, obbliga lo spettatore a confrontarsi con la realtà; non ci sono vie di fuga mediatiche.

Tre chilometri alla fine del mondo, recensione del film di Emanuel Pârvu

La resa realistica del film, data dalla fotografia e dal sonoro (o meglio, dalla sua assenza) esprime la volontà del regista di descrivere l’evento senza contaminare la narrazione: è un racconto di finzione che sembra una testimonianza vera, il cinema viene utilizzato come strumento di divulgazione su tematiche attuali. La tessitura lenta e le inquadrature lunghe si limitano a descrivere l’ambiente e i fatti, con un focus sui paesaggi e i personaggi.

Il finale vede un tentativo di giustizia, il caso viene indagato da autorità esterne, ma viene ostacolato dalla polizia locale; sanno di andare contro la legge ma è più importante l’orgoglio e la tradizione che la giustizia

Un finale aperto non conduce ad una conclusione decisiva, il protagonista viene mandato via, probabilmente al monastero (viene presentato come opzione di “cura” in una discussione tra il prete e la madre di Adi). La mancanza di una certezza nel finale riflette l’intera tematica del film: l’omofobia è ancora presente in tantissime realtà, parte di un sistema di convenzioni e tradizioni che non permette la libertà individuale.

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