Cinque film che raccontano un’Italia inedita

Recensioni articolo collettivo

Il Giro d’Italia attraversa ogni anno città, paesi e paesaggi che il resto del mondo conosce appena. Noi di DassCinemag, per celebrarlo, abbiamo scelto di seguire in questo articolo collettivo quella stessa traiettoria con gli occhi del cinema: una selezione di film che raccontano un’Italia lontana dai clichés, fatta di periferie, comunità dimenticate e bellezze nascoste.

IL BUCO (2021; Michelangelo Frammartino)

il buco, recensione

È il 1961, l’anno del centenario dell’Unità d’Italia. Un reportage della Rai presenta al paese il Pirellone di Milano, il grattacielo simbolo del razionalismo architettonico inaugurato da pochi mesi. La cinepresa sale su una piattaforma mobile esterna insieme a tecnici e ingegneri lungo i 127 metri dell’edificio, mescolando la vertigine all’ebbrezza della modernità. Ammiriamo la città dall’alto, le strade gremite e, man mano che il montacarichi sale, le persone sempre più piccole, come accade a Parigi fin dalla fine dell’Ottocento quando ci si sporge dagli ascensori della Tour Eiffel. A metà percorso, l’obiettivo si sposta sulle finestre che scorrono verso il basso, mostrando i dipendenti intenti nel loro lavoro: impiegati e segretarie, sorridenti e incravattati, e in alto i dirigenti dietro scrivanie sempre più grandi. Sono i nuovi italiani del Miracolo Economico. L’Italia vive la sua tardiva Belle Époque e sale verso un destino apparentemente confortante, sotto l’ala protettrice del neo-positivismo democristiano.

Queste immagini scorrono sul televisore in bianco e nero davanti agli occhi di un gruppo di pastori della Calabria rurale. Siedono lungo una strada del loro minuscolo paese di pietra, con indosso ancora gli abiti sporchi di fango e i cappelli da lavoro, immobili e silenziosi come sono abituati a stare in chiesa. In quella terra indomita, il massiccio del Pollino, arriva un gruppo di speleologi con l’obbiettivo di addentrarsi nell’abisso del Bifurto, una grotta calcarea a inghiottitoio. Sarà una discesa lenta e silenziosa di 683 metri verso le viscere della terra. Un viaggio nell’ignoto totale, nel buio. Difficile dare una definizione netta al cinema di Michelangelo Frammartino, così incisivo e al tempo stesso quieto; spirituale, ma autenticamente materialista. Certamente capace di centrare quello che Gilberto Perez ha definito l’obiettivo più alto dell’arte cinematografica: il misterioso oggetto dell’autenticità.

Di Andrea Fei.

ZWEITLAND – A LAND WITHIN (2025; di Michael Kofler)

A LAND WITHIN, RECENSIONE

Due fratelli, Paul e Anton, si scontrano su lungo e verde prato acclamati dalla folla. Ecco la prima immagine del film ovvero il racconto metaforico di tutta l’opera. 1961, Südtirol. Paul sogna di fare l’artista, Anaton lavora come allevatore: una storia rurale. Quando quest’ultimo comincia a far parte del Comitato di Liberazione dell’Alto Adige, svolgendo attacchi terroristici nel tentativo di annettere la regione all’Austria, la sua famiglia, e lo stesso fratello, si ritroveranno a vivere nel terrore e nel massimo controllo delle autorità. Il film di Kofler è fondamentale: racconta un pezzo di storia d’Italia dimenticato eppure estremamente contemporaneo. Il conflitto familiare diventa il miglior modo per raccontare il senso vivido della propria identità. Una domanda percorre la vita di tutti i personaggi: di che nazione siamo figli? Una regione si sgretola per colpa di pochi e con essa le loro famiglie: che valore ha la lotta? Uno scontro continuo tra verità e consapevolezza attraversa l’intera opera che cerca di mettere un punto sulla storia del Südtirol. Zweitland – A Land Within è un film sulla famiglia, sull’identità nazionale e sulle sue derive estremiste. Un atto indipendente sia storico che cinematografico di interessante rilievo.

Di Francesco Rosati.

LE MERAVIGLIE (2014;  Alice Rohrwacher)

Le meraviglie, recensione

Spinto dal desiderio di redistribuire una gerarchia del visibile, il cinema di Alice Rohrwacher si è imposto nel tempo come luogo fertile di un’arte capace di far riemergere ciò che la modernità relega ai bordi – un centro effimero ma decisivo dell’esperienza. Un’operazione che in Le Meraviglie – sviluppando una vibrazione simbolica e visionaria già presente in Corpo Celeste – assume la lezione baziniana di un realismo ontologico che, proprio nella sua adesione documentaria al reale, apre continuamente una fenditura verso l’onirico, lasciandosi attraversare da un’immagine che carica il mondo di un alone perturbante e fragile. Una soglia in cui il lascito neorealista si apre al sogno, a un’immaginazione che non nega il dato del mondo, ma lo carica di una fascinazione fiabesca, una vertigine visionaria che sembra riaffiorare dal Fellini più arcaico e lunare.La regista intercetta così le impercettibili oscillazioni interiori di Gelsomina (Maria Alexandra Lungu), figura liminale attraversata da una sensibilità che si scopre progressivamente attratta da ciò che eccede il perimetro del quotidiano. Infatti, l’apparizione televisiva – e liturgica – della Monica Bellucci di Countryside Wonders assume i contorni di un’irruzione fantasmagorica, un’epifania che incrina il fragile equilibrio della protagonista. È qui che, per Rohrwacher, la campagna italiana riemerge come mito, un territorio arcaico attraversato da presenze, fantasmi e visioni. Un orizzonte in cui il reale conserva ancora la possibilità di farsi incanto, e il visibile quella – sempre più rara – della meraviglia.

Di Lorenzo Chiani.

CASTELROTTO (2023; Damiano Giacomelli)

Castelrotto, recensione

Il cinema marchigiano è da anni in una fase di stagnazione che non vede mai spiccare nessun autore sull’altro. Quasi tutti i fondi che provengono dalla regione finiscono nell’ennesimo film su Leopardi (come se non vi fossero altre personalità marchigiane che meritano di essere raccontate), oppure vengono usati per soddisfare l’ossessione dell’esaltare il territorio, che sembra essere diventato ancora più importante che realizzare un film di qualità. Fortunatamente pochi anni fa è apparso Castelrotto di Damiano Giacomelli, un film ambientato in un immaginario paesino marchigiano che vede un anziano signore, interpretato dal maestro Giorgio Colangeli, coinvolto in un’indagine ai limiti dell’assurdo. La trama tocca temi vari come la successione delle generazioni e la chiusura dei paesi di montagna, il tutto con ironia sopraffina e con una sequenza onirica stilisticamente degna di nota. Nessun altro autore ha saputo raccontare meglio la regione delle Marche.

Di Alessandro Giardetti.

BASILICATA COAST TO COAST (2010; Rocco Papaleo)

basilicata coast to coast, recensione

Non è vero che “tutte le strade portano a Roma”, neanche nella nostra Italia. In Basilicata ci sono strade che non portano da nessuna parte o portano a paesi scomparsi oppure portano da un mare all’altro. E la nostra vita non è un po’ così ? Percorsi e strade, nitidi nelle carte geografiche della nostra mente, spesso si dissolvono o si biforcano in mille direzioni impreviste. Mete sicure diventano irraggiungibili, approdi dimenticati ci danno rifugio, persino la parola persa dentro ad un dolore immenso può tornare ad essere pronunciata. È in questo metaforico percorso che le Pale Eoliche, improbabile gruppo musicale formato da 4 amici – Salvatore (Paolo Briguglia), Nicola (Rocco Papaleo, attore e regista del film), Rocco (Alessandro Gassman) e Franco (Max Gazzè) – accompagnati dalla “giornalista” Tropea (Giovanna Mezzogiorno) ci portano in questo road movie all’Italiana. Nell’Italia dei silenzi e della natura, via dalle grandi città, dai loro rumori metallici, dai loro acri vapori. Attraverso una natura trionfante fra surreali esibizioni musicali, incontri, sincere confidenze e sentimenti veri, questo piccolo, delicato e poetico racconto ci fa recuperare un po’ delle nostre radici comuni.

Di Vieri Cerchia.

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