
L’Opéra Garnier non trova pace, nel 2026 i suoi corridoi tornano ad echeggiare i passi di inquietanti figure. Immaginate di mettere in un calderone Il fantasma dell’Opera di Gaston Leroux, aggiungete un tocco di Twilight e un pizzico di Il cigno nero e ciò che otterrete sarà qualcosa di molto simile a L’amore immortale (Le Fantôme de l’Opéra) (trailer) il nuovo film di Alexandre Castagnetti. Ahimè, chi si aspettava un adattamento in chiave moderna del celebre romanzo rimarrà deluso.
Anastasia (Deva Cassel), orfana di madre, vive in Romania con suo padre ma, quando viene presa come ballerina all’Opéra, si trasferisce a Parigi per inseguire il suo sogno di diventare un’étoile. Qui fa amicizia con Georgina (Laïka Blanc-Francard), sua coinquilina e collega, e stringe uno strano legame con un affascinante quanto tenebroso répétiteur. I ballerini si preparano a mettere in scena l’Orpheus, un’opera circondata da un’aura di mistero composta da Ernest Dupré, il “fantasma dell’Opera” che avrebbe ispirato il romanzo di Leroux. Le prove, però, vengono funestate da una serie di incidenti che porteranno alla dimissione della prima ballerina. Quando il posto della protagonista rimane vacante, l’amicizia tra Georgina e Anastasia diventa spietata rivalità. Nel mentre, la vera identità di quello che si credeva essere il répétiteur viene svelata e il suo legame con Anastasia si trasformerà in un amore capace di oltrepassare i confini della vita e della morte.
È evidente che la trama del film prenda molto le distanze da quella del capolavoro di Leroux che rimane sullo sfondo, come a fare da filo conduttore. Questa storia, infatti, punta molto di più sull’elemento soprannaturale e, alla fine, virerà anche sui toni del giallo. Ovviamente, è anche una storia d’amore. Forse, preso singolarmente, il film di Castagnetti non otterrebbe un giudizio così negativo; purtroppo rimane schiacciato sotto il peso dell’opera di cui (nella versione francese) porta il titolo. La narrazione, ahimè, è priva di tutto il pathos e lo struggimento che riempiva il romanzo di Leroux. Ne è un esempio lampante il protagonista maschile: dov’è quell’uomo che nascondeva sotto la maschera la sua sofferenza, la sua ira, il suo dolore per un amore non corrisposto, la ripugnanza che lo rendeva così affascinante? Anche il suo rapporto con la musa manca di spessore, di contraddizioni, risulta troppo facile. Il regista ha dichiarato di essersi ispirato a storie diverse per il suo film: oltre al già citato Twilight possiamo trovare La bella e la bestia e La forma dell’acqua per quanto riguarda la linea romantica. Per il lato della dedizione dell’artista che diventa ossessione, invece, Castagnetti ha detto di essersi rifatto a Whiplash e a Scarpette Rosse. A differenza di quanto accadeva nel romanzo di Leroux, però, questi due universi narrativi non collidono e in questo si perde il cuore del romanzo, l’amore per l’arte che si incarna in quello per la musa.

Il pastiche di reference cinematografiche non ha dato vita al film strutturato e convincente che poteva essere, ma ha piuttosto portato sullo schermo una storia adolescenziale in cui resta solo il vago sentore del monumento letterario da cui si era partiti. Un qualcosa di simile a ciò che avevamo avuto con Dracula–L’amore perduto. Viene naturale allora chiedersi: perché, dopo tanti, meritevoli, adattamenti, adesso sentiamo il bisogno di riciclare queste storie, i muri portanti del nostro immaginario collettivo, per banalizzarle e ridurle a romanzi d’appendice? Abbiamo davvero bisogno di discioglierli in drammi sdolcinati per apprezzare ancora questi mostri sacri della letteratura? Non ci siamo stancati di questi bellissimi mostri da copertina?
A tutto ciò si unisce una recitazione enfatica che non ha aggiunto credibilità alla narrazione. Ci sono però due elementi positivi che vale la pena sottolineare: per la prima volta le vicende del fantasma tornano a casa. Il film di Castagnetti è, infatti, l’unico a essere stato girato all’interno della vera Opéra Garnier (tranne le scene nel lago sotterraneo). Le riprese, ha dichiarato il regista, avvenivano quasi sempre di notte per evitare le visite guidate. Inoltre, la sequenza finale del balletto dell’Orpheus è sicuramente la più bella del film. La presunta opera del fittizio compositore è stata creata appositamente per questo progetto e il risultato è uno spettacolo che, se esistesse, varrebbe davvero la pena di essere visto, complice anche l’ambientazione magnifica del monumento parigino.
L’amore immortale non è un film terribile ma sicuramente non rende giustizia alla sua fonte letteraria e, viste le premesse e gli elementi a disposizione, sicuramente ci si poteva aspettare di più.

