
Era naturale che, dopo il successo travolgente del romanzo di Valérie Perrin, Cambiare l’acqua ai fiori (trailer) arrivasse sul grande schermo. E chi meglio di uno dei registi più iconici del panorama francese? Jean-Pierre Jeunet (Il favoloso mondo di Amélie, Delicatessen) si cimenta con una storia importante, ingombrante quasi, una storia piena di amore, dolore e, comunque, di vita.
Violette (Leïla Bekhti) è la custode di un piccolo cimitero in Borgogna e assapora la vita a piccoli sorsi. Dopo aver conosciuto la sua quotidianità, a poco a poco ci viene svelato il suo passato e tutto l’universo di personaggi che le gravitano intorno. Il racconto non è lineare: il regista apre tante finestre sul vissuto della donna attraverso cui collezioniamo i frammenti che compongono il suo presente.
Si riconosce la mano di Jeunet per il suo modo di raccontare l’ordinario come straordinario, per le sue inquadrature che offrono un punto di vista inaspettato, per la sua capacità di costruire un universo in qualche modo sempre accogliente e avvolgente, complice quel tocco retrò che ci piace così tanto. Non è facile adattare un romanzo della portata di Cambiare l’acqua ai fiori. Tanto successo per un libro implica tanti lettori e tanti punti di vista sulla stessa storia, difficili da accontentare con un solo film. Forse, paradossalmente, proprio per questo la scelta migliore è quella di un regista con uno stile così riconoscibile. Perché, se la narrazione viene filtrata da un solo sguardo capace di farla propria, allora, così trasformata, può diventare universale. Inoltre, confrontarsi con il romanzo della Perrin vuol dire avere a che fare con seicento pagine di storia e parecchi tagli da operare. A tal proposito è interessante riflettere sul metodo di lavoro del regista. Lo stesso Jeunet ha spiegato di avere l’abitudine di sottolineare con vari colori i passaggi del romanzo da adattare in modo da ottenere, una volta tolte le parti superflue al film, una sorta di riduzione che permette di mantenere la coerenza della narrazione.

Pur essendo estremamente cinematografici, i personaggi non perdono di credibilità. Prendiamo Philippe (Matthias Schoenaerts): all’inizio può sembrare il classico antagonista ma, con lo svilupparsi delle vicende, ci accorgiamo di trovarci semplicemente davanti a un uomo, con tutte le sue passioni e i suoi errori, tanto che, alla fine, arriviamo a comprenderlo e a compatirlo. Questo lo rende molto credibile e, probabilmente, il personaggio più interessante.
Come già anticipato, la storia viene costruita davanti ai nostri occhi come una torre di mattoncini e, alla fine del film, possiamo ammirarla insieme a Violette con serenità, guardando le ferite del passato che, anche se non guariscono, hanno smesso di bruciare. Purtroppo, avvicinandoci alla fine, troviamo un surplus di informazioni che rallentano il ritmo della narrazione (problema probabilmente dovuto alla necessità di concentrare i numerosi eventi del romanzo nella durata ridotta del film).
Nonostante ciò, si deve riconoscere a Jeunet il merito di essere riuscito a fare propria una storia già amata da molti e averla avvicinata anche a coloro che non avevano letto il libro. Non è difficile pensare che in molti, dopo essere usciti dalla sala, si precipiteranno in libreria.

