#RomaFF21: Fjord, la recensione del film di Cristian Mungiu

Fjord, la recensione a cura di DassCinemag

Dopo la prima Palma d’Oro nel 2007 per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, Cristian Mungiu è tornato a vincere a Cannes con un dramma giudiziario destinato a creare dibattito, Fjord (trailer), ora presentato alla 21ᵃ edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Best of 2026.

Il regista romeno continua a concentrarsi sul tema delle problematiche e ingiustizie sociali che affliggono i nostri tempi, lasciandosi ispirare questa volta dal caso del 2016 della famiglia Bodnariu, che si è vista portar via i suoi cinque figli dai servizi sociali norvegesi con l’accusa di presunti maltrattamenti. Mungiu riprende e romanza questo fatto di cronaca, trasformando i Bodnariu in Mihai e Lisbet Gheorghiu (Sebastian Stan e Renate Reinsve), coppia romeno-norvegese cristiana conservatrice da poco trasferitasi con i loro bambini nella cittadina natale di lei. Qui conducono una vita tranquilla, scandita dai riti religiosi che seguono pedissequamente. Tutto però precipita quando un’insegnante nota dei lividi importanti sul corpo della piccola Elia, informando subito i servizi sociali che decidono a scopo precauzionale di allontanare i cinque figli dei Gheorghiu dai genitori.

Come spiegato dallo stesso regista, il film ha intenzione di intercettare e creare un dibattito su un problema attuale, ovvero la crescente polarizzazione della società in due fazioni, una più progressista (in questo caso incarnata nel popolo norvegese) e una conservatrice (la famiglia romena), che faticano a convivere senza conflitti gli uni con gli altri. Il caso del presunto abuso sui minori diventa così il punto di partenza per una riflessione sulle differenze culturali, sulle tradizioni e sul credo religioso, sollevando questioni morali difficili da risolvere persino in un’aula giudiziaria, figurarsi in due ore di film.

Fjord, la recensione a cura di DassCinemag

Fjord vuole essere provocatorio criticando sì il pericoloso estremismo della famiglia religiosa, ma mettendolo contro il sistema di regole nordiche tanto rigido quanto imperfetto: l’accoglienza e la disponibilità nei confronti dei Gheorghiu pian piano si sgretola, lasciando affiorare sottili forme di pregiudizio e intolleranza verso pratiche diverse da quelle locali. Il controllo norvegese si manifesta in maniera sempre più esplicita nel corso del film, ma la scena in cui l’assistente sociale comunica a Lisbet l’allontanamento dei suoi cinque figli, mentre una bandiera norvegese sventola sullo sfondo oltre la finestra, ne restituisce forse l’immagine più emblematica.

Tuttavia, nel tentativo di trattare tematiche così complesse senza dare una risposta definitiva, Mungiu sembra peccare di profondità, rimanendo ambiguo e favorendo progressivamente un unico punto di vista. Pur lasciando un dubbio di fondo, sembra aver preso di fatto una posizione ben precisa, portando lo spettatore dalla sua parte attraverso una scrittura attenta ai dettagli, in contraddizione con quanto si proponeva di fare inizialmente.

Colpiscono comunque le interpretazioni di Stan – qui molto diverso da come siamo stati abituati a vederlo finora – e Reinsve, che sta dando ampiamente prova del suo talento nell’ultimo anno con il successo di Sentimental Value e Backrooms. Allo stesso modo, è necessario elogiare anche la capacità di costruire la narrazione attraverso un ritmo che alimenta la tensione e stimola costantemente la curiosità dello spettatore.

Al di là delle questioni sollevate, Fjord riuscirà di sicuro nell’intento di instaurare un dialogo tra gli spettatori, proprio perché costringe inevitabilmente ad interrogarsi sui limiti delle proprie convinzioni.

You May Also Like

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ho letto la privacy policy e acconsento al trattamento dei miei dati personali ai sensi del Regolamento Europeo 2016/679 (GDPR) e del D.Lgs. n. 196 del 2003 cosi come novellato dal D.Lgs. n. 101/2018.