Pesaro

Quarta e penultima matinée al cinema Astra, con ben quattro registi a parlare delle opere presentate al Festival. Si inizia con Shun Ikezoe e il suo See You in My Dreams, film che come notato Pedro Armocida, e confermato dal regista, si inserisce nel vasto filone autobiografico che quest’anno ha caratterizzato il concorso. Raccontando del suo rapporto particolarmente stretto con la nonna, Ikezoe specifica come il film sia una sua rielaborazione, attraverso l’otto millimetri, delle memorie di quest’ultima. Utilizzo, continua, non nostalgico, dal momento che non considera il suo un cinema analogico, bensì motore di una ricerca, che prevede il lavoro di post-produzione in digitale, che poggia le sue basi su maestri della storia del cinema come Yasujiro Ozu e Philippe Garrel. Ikezoe ha concluso il suo intervento anticipando che anche il suo prossimo lavoro sarà probabilmente in pellicola e riguarderà sua madre.

Ad essere rilevante per il lavoro della regista greca Thelyia Petraki, Bella, è ancora una volta l’aspetto autobiografico. Il film infatti è ambientato negli anni Ottanta, periodo dell’infanzia della regista e decennio particolarmente importante per la storia del suo paese, a metà tra la fascinazione dell’URSS e quella per gli Stati Uniti. Si tratta di una ricostruzione storica accurata che passa di nuovo per l’utilizzo della pellicola, stavolta oltre all’otto millimetri anche il sedici, sebbene la regista ha tenuto a specificare che non basta una camera a restituire l’atmosfera di un’epoca. Inoltre, Petraki attualmente sta lavorando ad una versione estesa del corto, preoccupandosi attentamente di conservare quanto fatto finora.

Poggia le sue radici nella memoria del passato anche il film di Felipe Bragança, Um animal amarelo, tentativo da parte del regista di raccontare i tentativi falliti di un paese, il Brasile, di ripartire da qualcosa di nuovo. Tutto ciò avviene attraverso un protagonista, “l’animale giallo” del titolo, che viene travolto dagli eventi rendendosi conto che per quanto si senta al centro della storia ne è soltanto un elemento. Visto l’epilogo nel presente, è stato inevitabile pensare alla classe politica attuale, pensiero confermato dal regista stesso. Al quesito se il film fornisca o meno risposte sulla situazione attuale, Bragança nega che ve ne siano, ma sottolinea l’importanza di porsi comunque delle domande. Il suo obiettivo, specifica, è stato unicamente, partendo dal passato, quello di far confluire due tendenze che hanno caratterizzato gli ultimi trent’anni del Brasile: quella progressista, che ha tentato, attraverso i cliché, di rielaborare le visioni del popolo, e quella fascista, che nella figura di Bolsonaro, sostiene Bragança, si sta lentamente trasformando in delirante.

Pesaro

Ultimo tra i registi, ma non meno importante, è Manuel Billi, che con Guardarla negli occhi presenta in concorso un’opera intima e dalla forte componente teorica. Il regista infatti parte citando Bazin e il suo assunto circa l’irrappresentabilità della morte, in questo caso quella di sua zia. L’operazione, travagliata per Billi, parte da un tentativo di avvicinamento, in quanto egli si sentiva distante ed estraneo al suo nucleo familiare, che cerca di concludersi con un contatto fisico, letteralmente e in termini di montaggio. Parlando di quest’ultimo, il regista specifica come non sia riuscito a giungere a una conclusione per mesi, in quanto considerava di aver violato un’intimità che non gli apparteneva. La legittimazione definitiva del suo sguardo e la riuscita del progetto è stata possibile solo dopo l’elaborazione del lutto, una spinta per colmare proprio quella distanza che lo separava dalla famiglia.

A seguire l’intervista al regista.

A chiudere la mattinata è la presentazione del volume Luce su Alberto Sordi, una conversazione con il D.O.P. Sergio D’Offizi circa le quattordici collaborazioni con Alberto Sordi. Un ulteriore modo per ricordare l’attore romano nel centenario della sua nascita, che coincide anche con la rassegna Cinema in spiaggia, quest’anno dedicata proprio a Sordi. Il volume è parte di una serie di pubblicazioni dedicate ai più importanti direttori della fotografia curata da Artdigiland, un interessante progetto editoriale che rende onore ad una delle figure più vicine al regista, mestiere quest’ultimo che ne oscura a volte la valenza. La presentazione è proseguita con un dialogo tra Armocida e D’Offizi sulla sua carriera e sul rapporto che negli anni ha costruito con Sordi, in particolar modo dal contatto sul set di Detenuto in attesa di giudizio (Nanni Loy, 1971).

A seguire l’intervista al direttore della fotografia.

A cura di Lavinia Flavi e Luca Di Giulio

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