
« – Non sono mai riuscita a farvi capire che questa cosa di scrivere per me è sempre stata la più importante di tutte. È quella che mi ha tenuta in vita.
– Quale vita? Quella degli altri?
– Anche, e la mia.
– Io mi sono sempre chiesta che cos’è che ti spingesse a guardare la vita degli altri come se fosse roba tua. Non ti bastava quella che ti avevamo dato noi».
Nessuno scrittore può sottrarsi all’interrogativo sul perché scriva. È quasi un passaggio obbligato, uno snodo imprescindibile, necessario e inevitabile: non si può essere scrittori senza essersi mai interrogati sulle ragioni del proprio scrivere.
Quasi Grazia (trailer) di Peter Marcias, trasposizione cinematografica dell’omonimo «romanzo in forma di teatro» di Marcello Fois, ha origine proprio con questa domanda.
È il 1907 e Grazia Deledda ha trentasei anni. Vive a Roma con il marito Palmiro Madesani e con i figli da circa sette anni. Non fa altro che scrivere e «quando ha un libro in mano si dimentica di tutto». Si dimentica anche della madre, Francesca Cambosu, la cui visita inaspettata a Roma sconvolge e interrompe il quieto equilibrio finalmente raggiunto. Non è un caso che sia proprio Francesca a porre a Grazia un simile interrogativo e non è nemmeno un caso che Peter Marcias abbia scelto di porre all’inizio di Quasi Grazia proprio gli elementi attorno ai quali si struttura l’intero film – la madre e la scrittura -, perché anche nel romanzo di Marcello Fois è la madre a dire alla figlia che «una cosa sono le storie come le scrivi tu, e una cosa le storie come succedono».
Ma perché Grazia Deledda scrive? Non per «stronarsi» né per allungare di qualche attimo la propria vita e quella delle persone che ama, come Goliarda Sapienza. Non perché «scrivere è difendere la solitudine in cui ci si trova», come lo è per Maria Zambrano. Neppure perché «per scrivere devi desiderare che qualcosa ti sopravviva», come sostiene Elena Ferrante. Grazia Deledda scrive perché scrivere è ciò che la tiene in vita e per scrivere abbandona Nuoro, il suo paese di origine, e si trasferisce dapprima a Cagliari e poi a Roma.
A partire da questa premessa Peter Marcias – proseguendo il lavoro già intrapreso nel 2010 con Liliana Cavani, una donna nel cinema e nel 2020 con Nilde Iotti, il tempo delle donne e ponendosi lungo la stessa traiettoria di Viaggio a Stoccolma (2017) di Gabriella Rosaleva e di L’amore e la gloria – La giovane Deledda (2024) di Maria Grazia Perria – realizza un film che non è propriamente un film biografico né un documentario. È un ritratto in tre tempi, una fotografia in tre movimenti della vita di Grazia Deledda, la prima e unica donna italiana ad aver vinto un Nobel per la Letteratura e la seconda dopo Selma Lagerlöf.
Tre movimenti cui corrispondono i tre atti del «romanzo in forma di teatro» di Marcello Fois, del resto già adattato per il teatro con la regia di Veronica Cruciani e Michela Murgia nei panni della scrittrice sarda. Tre atti che coincidono con tre momenti (forse i più importanti) della vita di Grazia Deledda: la breve e inattesa visita della madre a Roma nel 1907, la vittoria del Premio Nobel per la Letteratura a Stoccolma nel 1927 e, infine, l’inesorabile e feroce progressione della malattia nel 1935.

Se a interpretare Grazia Deledda all’età di 36, 56 e 64 anni sono tre attrici diverse – rispettivamente Irene Maiorino, Laura Morante e Ivana Monti -, Francesca Cambosu è, invece, incarnata sempre da Monica Demuru, la cui presenza è costante nei tre movimenti del film: anche dopo la sua morte, la madre continua ad esistere nell’immaginazione della figlia e continua ad essere la sua principale interlocutrice. Ciò che lega Grazia alla madre non è, tuttavia, un armonioso sentimento materno né il senso di un rispecchiamento reciproco, ma una crepa conflittuale.
Grazia rifiuta il modello della madre, che – come evidenziato da Giovanna Cerina – si presenta «come una mater dolorosa, emblema della vecchia Sardegna senza sbocchi né futuro, custode ostinata e bigotta del codice dei padri». La scrittrice sarda nutre risentimento nei confronti della madre perché quest’ultima non è mai stata dalla sua parte, non l’hai mai sostenuta, non l’ha mai davvero capita, non ha mai appoggiato con coraggio il suo desiderio di scrivere e non ha mai compreso fino in fondo la sua esigenza di allontanarsi da Nuoro. Il campo di battaglia dell’antagonismo con la figura materna è rappresentato, infatti, proprio dalla vocazione alla scrittura, dalla necessità di circondarsi di libri che hanno sempre rappresentato per la sua famiglia «il tempo perduto all’esercizio di fare la femmina».
Abbandonare Nuoro, allora, significa abbandonare un luogo in cui «la donna è donna se non pensa», in cui non si può scrivere perché scrivere vuol dire non restare in silenzio, in cui ogni voce è messa a tacere prima ancora che nasca, in cui non c’è spazio per i sogni né per le pagine dei libri. Dopo il trasferimento a Roma, Grazia Deledda torna nel suo paese di origine solo occasionalmente e mai definitivamente, perché il suo è un ritorno impossibile – come lo sono, in verità, tutti i ritorni – o reso possibile solo attraverso la scrittura. Eppure, il giorno in cui Grazia Deledda lascia davvero la sua isola non è il giorno in cui parte per Roma, ma il momento in cui da bambina vede per la prima volta volare dalla scrivania paterna dei fogli contenenti le poesie scritte dal padre, perché in quell’istante comprende che è quello il mondo nel quale desidera abitare.
Non sorprende, allora, che Marcello Fois dapprima e Peter Marcias poi abbiano scelto come titolo del romanzo e del film Quasi Grazia, che altro non è se non il sottotitolo con cui fu pubblicato l’ultimo romanzo scritto da Grazia Deledda prima di morire, Cosima. Inizialmente pubblicato a puntate sulla rivista «Nuova Antologia» tra il settembre e l’ottobre del 1936, un mese dopo la sua morte, e poi in volume nel 1937, Cosima non è solo un «autoritratto a distanza», un’autobiografia, ma è anche e soprattutto la storia dell’amore di Grazia Deledda per la scrittura.
L’ultima immagine di Cosima è quella di lei che, dopo aver ricevuto dei fiori, si affaccia al balcone e vede il mare e dei bambini giocare nella strada bianca. Proprio lì, dove Cosima finisce, inizia Quasi Grazia: con il mare che, mosso dal vento, si agita nell’ora in cui il tramonto insanguina il cielo di ferite.
In sala.

