
Quanto vale il silenzio in una famiglia? E quanto costa, nel tempo, mantenerlo?
El Homenaje (The Tribute nella versione inglese) (trailer), la serie spagnola diretta da Sergio Cánovas e prodotta da Secuoya Studios per SkyShowtime, prova a rispondere a questa domanda nel corso di una sola notte, quella dell’ottantesimo compleanno di Adolfo Novak (Eusebio Poncela), patriarca di una delle dinastie più potenti della Spagna. Attorno a lui, in una villa lussuosa e isolata, si riuniscono figli e vecchi alleati, ognuno con qualcosa da nascondere, ognuno convinto di essere lì per celebrarlo.
La serie non si presenta come un thriller classico e sarebbe riduttivo considerarla tale. Cánovas costruisce qualcosa di più vicino a un dramma corale, una riflessione sul potere come malattia ereditaria, su ciò che una famiglia trasmette davvero di generazione in generazione al di là del denaro e del cognome. D’altronde, il titolo stesso della serie sembra suggerire proprio questo: proteggere il potere richiede sacrifici, e quei sacrifici lasciano segni che nessuna celebrazione può cancellare.
La struttura narrativa si configura come un puzzle al contrario: si parte dall’immagine apparentemente intatta di una grande famiglia e se ne staccano i pezzi uno a uno, episodio dopo episodio, mostrando le stesse scene da angolazioni diverse e costringendoci a rinegoziare continuamente il nostro punto di vista. In parallelo, i flashback con Manu Ríos e Georgina Amorós, interpreti dei giovani Adolfo Novak e Norma Bianchi, ricostruiscono la scalata della famiglia negli anni Settanta e Ottanta, mostrandoci i crimini e i compromessi necessari alla loro affermazione.

Un ruolo altrettanto significativo è ricoperto da Elsa Pataky — anche produttrice della serie — che nei panni della figlia maggiore porta in scena una figura tagliente e irrisolta, anche se il suo personaggio avrebbe meritato più spazio di quanto gli è stato concesso. Ma il personaggio che sorprende di più è quello di Saúl Morban, il biografo interpretato da Luis Tosar: incaricato di scrivere le memorie di Adolfo, raccoglie versioni contraddittorie della stessa storia e diventa, suo malgrado, lo specchio in cui i Novak rifiutano di guardarsi.
Sul piano della regia, nulla è lasciato al caso. La macchina da presa è ferma o si muove in modo impercettibile, mentre la fotografia fredda e contrastata trasforma il lusso in una forma di oppressione. La villa dei Novak diventa così una metafora concreta della bolla in cui certe élite scelgono di vivere, convinte che le pareti siano abbastanza spesse da tenere fuori il passato.
Dove la serie convince meno è nella sua ultima parte, quando abbandona il realismo iniziale per introdurre elementi più simbolici e astratti che, pur emotivamente coerenti, complicano ulteriormente la narrazione. È un finale aperto in cui non ci sono eroi, non c’è giustizia e non c’è redenzione. C’è solo Adolfo che osserva soddisfatto i suoi figli rivelarsi spietati tanto quanto lui, mentre noi spettatori veniamo lasciati con una domanda scomoda: seduti a quel tavolo fin dal primo episodio — quando Adolfo rompe la quarta parete dandoci il benvenuto — siamo davvero sicuri di essere rimasti estranei al fascino di tutto quel potere? Forse il vero tributo non è tanto quello che la famiglia rende al patriarca, ma quello che noi abbiamo pagato restando a guardare.

