
Tra la ricca New York e il Texas dei sobborghi, il sogno americano appare sempre più degradato. La nazione regina del capitalismo più estremo si mette a nudo nel nuovo film di Oscar Boyson, Our Hero, Balthazar. Presentato nel concorso Progressive Cinema alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, vede come protagonisti due giovani ragazzi. Il primo, Balthy (nomignolo da Balthazar) proviene da una famiglia abbiente che non gli fa mancare nulla, se non un vero contatto umano e affettivo. A poco serve il tentativo di affiancargli un consulente emotivo, Balthy è solo ed ossessionato dall’Internet. Qui studia le dinamiche social di moltissimi giovani che utilizzano la rete come mezzo di sfogo, pubblicando video in cui tra le lacrime esprimono tutto il dolore represso. Balthy sceglie di fare lo stesso, intrappolato però in un’ambiguità che mette in dubbio la veridicità di ciò che dice e il suo pianto. Il giovane, infatuato di Eleanor, una ragazza attivista del suo liceo, per conquistarla entra in contatto con un utente texano che ammette fieramente per messaggio di essere un futuro school shooter. Si tratta di Solomon, ragazzo proveniente da un contesto più modesto, con un rovinoso rapporto con un padre machista e un’artificiale ossessione per l’idea di fare violenza. Balthy, fingendosi una ragazza, sceglie di incontrare il giovane e da lì inizia l’ambiguo rapporto tra i due, in cui il ricco newyorkese tenta di convincere Solomon a rinunciare al suo insano sogno di compiere una strage.
È insito nel suo stesso soggetto come Our Hero, Balthazar colga alcune delle tematiche più attuali di questo periodo storico. La violenza da arma da fuoco risulta essere sempre più preoccupante negli Stati Uniti, in un contesto che tende ad incentivare costantemente comportamenti aggressivi e di isolamento del singolo. A questo si ricollega un altro spunto, quello sugli involontary celibates, meglio noti come incel. La sceneggiatura strizza l’occhio a vari riferimenti alla incel culture sempre più diffusa e di cui solo recentemente si è iniziato a discutere, con il caso più esemplare costituito dalla serie TV Adolescence. Si tratta infatti di giovani isolati, alienati ed incapaci di comunicare con la controparte femminile. La sequenza in cui Balthy tenta un approccio intimo con Eleanor mentre le mostra un video del mass shooting avvenuto in Arkansas City, ricorda in modo più o meno velato la scena in cui il Travis Bickle di Taxi Driver porta la donna da cui è ossessionato a vedere un film pornografico al cinema. Questa incomunicabilità non tende in questo film alla violenza esplicita verso il femminile, ma molteplici sono nella vita reale i casi in cui questo stesso intenso isolamento ha poi portato a gesti estremi.
Our Hero, Balthazar non tende però ad utilizzare un approccio propriamente drammatico nonostante la profondità di certi nuclei tematici. I toni sono più propri di una commedia dark, inserita in una sorta di apparente ed artificiale normalità dalle radici corrose. Tutto il film sembra essere cosparso da una profonda oscurità, un senso di assurdità dove però pare allo stesso tempo che non stia accadendo nulla al di fuori dall’ordinario. Questo senso di paradosso è reso da una sceneggiatura brillante e da una fotografia che è capace di regalare un’atmosfera elettrica sia nelle scene di giorno sia nei più oscuri eventi notturni.
Molto riuscita è la caratterizzazione dei personaggi. L’incontro tra i due protagonisti, che avviene dopo un’ampia parentesi prima sulla vita di uno e poi su quella dell’altro, svela tutto ciò che lo schermo del pc riusciva a falsare. Salomon non è affatto un gelido futuro serial killer, ma un goffo uomo affascinato dalla violenza, un inetto più predisposto a cedere l’arma a Balthazar che ad utilizzarla lui stesso contro qualcuno. Balthy invece vive un’esistenza privilegiata in cui, come prova il finale, nulla sembra avere realmente peso e nessuna tragedia può toccarlo direttamente. Questa completa alienazione è ciò che gli permette di compiere questo viaggio folle per raggiungere Salomon, illudendosi che lui, come un salvatore, possa dare pace ad una quotidianità disastrata. C’è poco però di altruistico in questo suo tentativo, volendo riuscire nell’impresa più per il gusto di farlo che per un particolare atto di volontà morale.
A lasciare il segno sono poi le interpretazioni. Oltre l’ennesima efficace performance di Asa Butterfield, Jaeden Martell si conferma ancora una volta uno degli attori più promettenti, data anche la sua giovane età (classe 2003). È apprezzabile riuscire finalmente a vederlo in un cinema che tenta una cifra più autoriale, dopo i numerosi film mainstream in cui si era già fatto notare, come IT (2017) e Metal Lords (2022). Questo nuovo approccio registico ricorda lo stile delle nuove stelle del cinema americano, tra cui Benny Safdie, di recente vincitore del Leone D’Argento per la miglior regia alla Mostra cinematografica di Venezia per The Smashing Machine, con cui il regista di Our Hero, Balthazar ha alle spalle anni di collaborazione produttiva.
Oscar Boyson arriva così al suo primo lungometraggio dopo vari corti, partecipando anche come sceneggiatore e produttore. Offre con Our Hero, Balthazar un’opera coraggiosa e che con un’ironia sottile e amara si insinua nel genere del commedia dando numerosi spunti di riflessione. Con questi evidenzia alcuni nervi scoperti dell’America odierna mostrando fin dalle prime sequenze la progressiva “anestitizzazione” di giovani sempre più esposti alla violenza, sempre più incapaci di rapportarsi. Sono scelte tematiche certamente audaci, particolarmente lodevoli considerando anche la scelta di penetrare senza filtri i vari strati della società, restituendo infine un quadro di complessiva crisi sottesa sempre più vicina al culmine.

