#Venezia82: The Smashing Machine, la recensione del film di Benny Safdie

The Smashing Machine la recensione DassCinemag

Il filone dei film sugli sport da combattimento è, nel cinema a tema sportivo, quello più florido, che ha assunto in particolare nella cinematografia anni Settanta-Ottanta (Rocky, 1976; Toro scatenato, 1980) uno status di culto e che è riuscito a definire un proprio, unico e caratteristico immaginario; nonché un proprio, unico e caratteristico stile ben riconoscibile sui piani dell’immagine, della regia e della struttura narrativa. Nel più classico dei casi il lottatore protagonista, all’inizio del film appare relegato alla condizione della sconfitta. Pare incastrato in un limbo fatto di mediocrità, all’interno del quale non riesce ad esprimere il proprio potenziale, posto che pure ne abbia. Nella prima parte della narrazione, solitamente, tutti i suoi sforzi sono finalizzati al raggiungimento dell’invincibilità sul ring, almeno per un incontro. Perché, abituato da una vita a perdere, ad essere etichettato come looser, vorrebbe almeno per una volta avere l’occasione di assaporare il gusto della vittoria, per un intero incontro, di non trovarsi a terra.

In altri casi il protagonista ci viene presentato come già lottatore di grande successo, con addosso il peso della responsabilità di essere il o uno tra i migliori al mondo, colto dal film in un raro ed inatteso momento di difficoltà. Momento che lui stesso, insieme al suo team e al suo pubblico, non è preparato a fronteggiare, abituato come tutti al suo trionfo. Spesso il viaggio che compie questo eroe è il percorso che dalla discesa dall’Olimpo lo porta a risalire fin su dove sembra essere sempre stato, riuscendo a provare a sé stesso e agli altri che la crisi può arrivare anche per i più grandi, ma che sicuramente per loro è destinata ad avere una durata limitata nel tempo, se solo lo vorranno. Ogni sforzo dell’eroe è finalizzato al match finale, il più importante della sua carriera, una sorta di grande prova che deve essere necessariamente superata per vedere riconfermato e rilegittimato il proprio status di campione-leggenda.

In The Smashing Machine (trailer) invece, scritto, diretto e montato da Benny Safdie – questa volta non in collaborazione col fratello Josh – e presentato in concorso all’ottantaduesima Mostra del cinema di Venezia, il campione, che per sé non ha mai contemplato risultato altro dalla vittoria, è costretto da difficoltà personali ad imparare a perdere. Si tratta della storia vera dello statunitense Mark Kerr (interpretato nel film da Dwayne “The Rock” Johnson, anch’egli un tempo wrestler professionista), negli anni Novanta tra i primi lottatori, assieme all’amico Mark Coleman, a praticare le arti marziali miste (MMA). È la sua imbattibilità sul ring, almeno fino a un certo punto della sua carriera, che gli è valsa il soprannome di «The Smashing Machine».

Benny Safdie riesce senza dubbio a portare qualcosa di nuovo e attuale sullo schermo, a suo modo una rivisitazione, ma anche una decostruzione dall’interno, della narrazione celebrativa e mitizzante della figura del campione sportivo. Vi riesce anche grazie all’unicità insita nel personaggio di Kerr e nella sua storia, che segna il suo punto di maggiore distacco dalla tradizione verso il finale. Purtroppo, però, The Smashing Machine rimane sostanzialmente imbrigliato negli schemi tipici del filone, che non gli consentono di divenire pienamente ciò che forse avrebbe voluto essere: una ventata d’aria fresca, a rispolverare un sottogenere probabilmente ancora troppo legato alla sua pur rigogliosa storia.

The Smashing Machine, la recensione

La prima parte di The Smashing Machine è la più debole, almeno fin quando il film non prende il decollo, spingendo a domandarci se esso abbia davvero qualcosa da dire. Accanto ad una performance piuttosto sottotono di Dwayne Johnson, conversazioni forzatamente tendenti al monologo e fin troppo didascaliche, nonché l’uso di una macchina a mano eccessivamente agitata nei movimenti e spregiudicata nell’utilizzo dello zoom, contribuiscono a farci venire il «mal di mare». In una successione di scambi con intervistatori o ordinari sconosciuti, Mark spiega con fare quasi didattico frammenti della propria filosofia di vita, in un’esposizione che, carente di naturalezza, è in maniera fin troppo poco velata rivolta dal regista a noi spettatori.

Complessivamente però, l’interpretazione che Johnson offre di Kerr è degna di lode. La notevole compostezza che lo contraddistingue sullo schermo (seppur a tratti riconducibile ad una certa «rigidità attoriale») rivela in alcuni fondamentali snodi della narrazione un lato del carattere del protagonista che lo rende un personaggio unico, se considerato in relazione agli altri eroi che popolano lo stesso filone. Vi sono, infatti, circostanze dalle premesse difficili in cui «The Rock» riesce ad incarnare con ammirevole immedesimazione la delicata fermezza che il personaggio di Mark Kerr, pur se non sempre in grado di praticarla, porta con sé.

Nella sua seconda metà il film riesce finalmente a sfruttare il suo potenziale e gli espedienti tecnici che concorrono a delineare lo stile di Safdie vengono adottati con cognizione di causa. L’impronta documentaristica mimata sin dalle prime scene trova aderenza con l’oggetto ripreso. Ribaltando la prospettiva, è il contenuto ad essere ora all’altezza del potenziale della regia di Safdie. I dialoghi guadagnano naturalezza, grazie anche alla restituzione che ne fanno due interpreti (Johnson ed Emily Blunt nei panni della moglie di Mark, Dawn) che, dopo aver scaldato i motori, sono ora completamente calati nelle emozioni dei personaggi. Blunt per tutto il film, presta l’eccezionale intensità della sua recitazione ad un personaggio che, per quanto aderente alla reale Dawn, risulta fin troppo relegato ai margini della rappresentazione. Questa è l’impressione se si considera la scelta di affidare il ruolo ad uno dei maggiori talenti attoriali della sua generazione, che purtroppo non ha ancora mai trovato il ruolo in grado di contenere la sensazionale portata del suo genio recitativo.

The Smashing Machine non è il miglior prodotto targato Safdie, ma comunque un buon film, che vale la pena vedere soprattutto se si è curiosi di seguire i fratelli del cinema indipendente statunitense anche nelle loro tappe in solitaria (motivati dalla fiducia che si nutre nel loro percorso cinematografico), come pure per scoprire un Dwayne Johnson a stretto contatto con la propria sensibilità artistica.

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