#RomaFF20: It was just an accident, la recensione del film di Jafar Panahi

La recensione di It was just an accident, il film di Jafar Panahi vincitore della Palma d'oro e presentato alla Festa del cinema di Roma.

Il regista iraniano Jafar Panahi è la rappresentazione vivente di come il cinema possa e in alcuni casi debba essere veicolo di denuncia sociale verso determinati sistemi oppressivi e dittatoriali. In Paesi in cui la libertà di parola è appesa a un filo, la vera audacia è fare ciò per cui Panahi è diventato un simbolo nel panorama interazionale: il cinema clandestino, in cui è l’esistenza dei film stessi a diventare forza politica. Per quattordici anni il governo di Teheran l’ha condannato a non lasciare il paese e gli ha proibito di realizzare film, ma questo non l’ha fermato dal crearli illegalmente con attrezzature di fortuna, come nel caso di Taxi Teheran, e di farli circolare nei festival di tutto il mondo.

Adesso, It was just an accident (trailer) è il suo primo film dopo la sua seconda incarcerazione da parte del governo iraniano e prima volta dal 2010 in cui può girare un film legalmente (anche se pure questo è stato realizzato senza l’autorizzazione ufficiale per affermare la sua indipendenza creativa) e può recarsi fisicamente a presentarlo. Come a Cannes, dove a maggio ha vinto la Palma d’oro, e adesso alla Festa del cinema di Roma.

Il film parte proprio dal titolo: un semplice incidente, come l’aver investito da parte di un comune uomo iraniano (Ebrahim Azizi) un cane mentre viaggiava con la famiglia, danneggiando la macchina e costringendolo a chiedere aiuto nei paraggi, dove vive Vahid (Vahid Mobasseri) che quando lo vede si paralizza. È dal cigolio della protesi alla gamba dell’uomo che riconosce il carceriere che lo ha tenuto prigioniero quando fu arrestato dal governo per insubordinazione. Ed ecco che allora la voglia di vendetta lo porta a compiere l’inimmaginabile: rapirlo per ucciderlo. Ma una volta sequestrato si rende conto che non ha la certezza che sia lui, dopotutto non l’ha mai visto dato che durante la sua prigionia ha subito le torture da bendato. Dovrà quindi contattare altri ex-prigionieri del regime perché possano accertarsi che quell’uomo legato nel suo furgone sia lo stesso che infesta i loro incubi. E nel caso, cosa farsene?

Dentro la struttura da commedia in cui persone e situazioni si accumulano in un crescendo di pazzia ed un alternarsi di ilarità e dramma, il tema del film si dipana intorno ai discorsi dei personaggi e alle loro motivazioni più intime. Ognuno è perseguitato dal proprio periodo in carcere, ognuno con le sue ragioni per volersi vendicare verso lo stesso uomo. L’insolita compagnia si muove in una città contornata da personaggi dalle azioni altrettanto insolite ma al tempo stesso fin troppo comuni. È la commedia dell’assurdo, citata esplicitamente nelle scenografie e nelle singolari personalità che colorano il film. Ma anche tematicamente nel disfattismo tutto beckettiano per l’impossibilità di una soluzione, perlomeno non nel sistema in cui sono (siamo) inseriti. Dopotutto è il mondo iraniano stesso ad essere assurdo, la tragica realtà in cui vivono e che sono costretti quotidianamente a sopportare.

Descritto come un thriller sulla vendetta ed il perdono, in realtà It was just an accident utilizza questi sentimenti per un’esplorazione più ampia e politica, col fine di porre domande anziché fornire risposte moralmente soddisfacenti. È un film sul circolo vizioso della violenza a cui il popolo iraniano non riesce a scappare da decenni: un vortice in cui chiunque provi a non abbassarsi al livello dei propri persecutori potrebbe potenzialmente pagare questa scelta molto cara. Un film corale e al tempo stesso sul singolo e sulle proprie responsabilità, che svela le ipocrisie del regime iraniano e le conseguenze traumatiche di chi ha saputo opporsi. Vuole essere un omaggio a chi ogni giorno rischia la vita nel proprio paese lottando per un mondo più giusto, nonché un manifesto per tutti i cineasti che sfidano un governo censorio attraverso l’arte.

Panahi guida la macchina da presa in modo pulito e minimalista, lasciando spazio alle performances e alle parole: lunghi piani sequenza che richiamano proprio il teatro e dialoghi dinamici che mandano avanti la narrazione. Il regista attinge dalla sua stessa esperienza delle sue due detenzioni e rende l’elemento acustico centrale perchè unico ricordo dei dissidenti sulla propria prigionia, donandogli quindi una potenza evocativa.

Nonostante il film apparentemente rimanga tiepido a livello emotivo, ciò viene colmato dal forte simbolismo riflessivo che è proprio l’obiettivo ultimo di Panahi, il quale invita a pensare al proprio ruolo all’interno della spirale di violenza e cosa voglia dire davvero uscirne. Un film che esce dallo schermo per parlare a noi, a chi si concentra sulla propria porzione di realtà senza prestare attenzione a ciò che c’è intorno. Un fuoricampo che esiste anche se non inquadrato, che vive anche se abbiamo il privilegio di poter voltare lo sguardo dall’altra parte, che è percepito prima da chi lo conosce ma che è capace di divenire universale. Panahi ci esorta ad avere il coraggio di saper ascoltare quel reale, altrimenti rimarrà nell’ombra minaccioso come tutto ciò che non vogliamo sentire, infinito come tutto ciò che non vogliamo fermare.

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