#RomaFF20: Stella Gemella, la recensione del film di Luca Lucini

Stella Gemella recensione film di Luca Lucini DassCinemag

L’amore arriva sempre quando meno te lo aspetti. A volte lo attendi per anni e tarda a raggiungerti, a volte non lo cerchi e rispetta i tuoi tempi, altre volte non sei sicura di volerlo e, alla fine, non vuoi lasciarlo più. Hai trentacinque anni e delusioni ingombranti per ricominciare a fidarti; hai sessant’anni e capelli troppo bianchi per abbandonarti a certe tenerezze; hai quindici anni e un cuore ancora intero per (non) farti accarezzare il viso dalle mani sbagliate.

Perché a quindici anni credi che l’amore avrà per sempre il sapore dei primi baci, il profumo di una felpa regalata a mezzanotte e il suono di frasi dolci, più dolci del miele. Poi cresci, hai diciotto, ventitré e trent’anni: il ragazzino che ti ha fatta sentire speciale per la prima volta è diventato tuo marito, ma anche l’uomo con cui condividi il posto di lavoro, il mutuo di casa e che i tuoi figli chiamano «papà». Ti chiedi se quello che hai è ciò che aveva sognato quella quindicenne e, inaspettatamente, la risposta è più che negativa perché ti accorgi di essere intrappolata in una vita che non puoi cambiare più. Guardi il mare e vorresti scappare lontano, oltre il suo orizzonte, e mentre fuggire non sembra essere una possibilità, il destino decide di agire – per fortuna o purtroppo – prima di te. Non sai dove ti porterà, ma lo segui, mettendo in pausa la tua mente da un’infinità di pensieri pesanti e intrusivi – perché è questo il superpotere delle eroine contemporanee.

Ma di contemporaneo c’è questo e tanto, tantissimo altro nel nuovo film di Luca Lucini, regista che riesce ed essere illuminato (e illuminante) dopo oltre trent’anni di lavoro svolto dietro la macchina da presa; e riesce ad esserlo pure nell’ultimo titolo della sua filmografia, Stella Gemella, presentato al Grand Public della ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Come accade in altri sui copioni precedenti, Lucini si concentra, innanzitutto, su una situazione più che ricorrente della nostra odierna quotidianità – la crisi di una coppia di giovani adulti che, dopo aver velocemente bruciato ogni tappa del loro amore, non riesce più a comunicare bisogni ed esigenze personali – e fa esplodere questa frustrazione in una notte di tradimento, necessaria quanto fatale.

Stella (Martina Gatti) – protagonista e artefice del destino di cui sopra – si invaghisce, infatti, di Gil (Jimi Durotoye), la cui professione lo rende il più ambìto tra gli uomini di questo decennio: è uno chef, seducente e di origine africana, di quelli impossibili da rifiutare quando i vestiti sono già troppo scomodi per tenerli addosso ancora un po’. Tornata a casa da questa sua breve fuga, Stella si lascia andare anche all’intimità del marito Achille (Matteo Olivetti) e dopo nove attesissimi mesi nascono due gemellini, pronti a scombussolare i già fragili equilibri familiari: un bimbo ha la pelle bianca e chiara, mentre l’altro ha la pelle nera e scura. Compare qui, allora, il tema serio che con la scrittura di Lucini (e dei suoi co-sceneggiatori – Davide Lisino, Greta Scicchitano, Marta e Ilaria Storti, Riccardo Cassini) si fa commedia: la superfecondazione, un fenomeno medico che permette lo sviluppo di una doppia gravidanza.

Oggettivamente è una tragedia, ma tra le righe si accavallano eventi – ovvi, prevedibili, doverosi – che danno ampio respiro ad una genuina ilarità, perfettamente incarnata da una nevrotica Laura Morante e, ancora di più, da una spassosissima Margherita Buy (quest’ultima calata totalmente nei panni del personaggio che le è stato affidato e che è forse uno dei più riusciti della sua longeva e variegata carriera e per cui già sarebbe un motivo sufficiente comprare il biglietto di questo film). Alla contemporaneità di temi e di toni fin qui descritta – non è tutta, certamente, perché il resto lo dovete scoprire voi andando al cinema – Luca Lucini aggiunge un lieto fine più che mai al passo con i nostri tempi e una colonna sonora inedita interpretata da un cantante altrettanto in voga, Carl Brave.

Con un umorismo studiato e capace di solleticare tanto le vecchie quanto le nuove generazioni, a quanto pare, non mancano i presupposti per sprigionare le risate incontrollate di un pubblico vasto e diversificato e nemmeno per salutare un tipo di commedia che sembrava irrecuperabile e troppo impolverata; perché il titolo del rinnovato miracolo all’italiana firmato da Luca Lucini è esattamente la risata in cui forse non credevamo più, ma che aspettavamo da tempo: continua e sorprendente, esilarante e riflessiva, fresca e frizzantissima, figlia di un’autorialità vintage che riesce a reinventarsi e per la quale vale la pena lasciarsi andare ad un’ora e mezza di pura e sfrenata leggerezza.

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