
«Una commedia per la famiglia senza la famiglia», così afferma la tagline di Home Alone – Mamma ho perso l’aereo (trailer), opera natalizia scritta da John Hughes e diretta da Chris Columbus, da sempre in grado di accompagnare il pubblico verso un’atmosfera che profuma di cioccolata calda, pizza e tanti guai in arrivo.
1990. Kevin McCallister (Macaulay Culkin) si prepara per un Natale all’insegna di junk food, film per adulti e nessun membro della famiglia intento ad imporgli regole. Sono passati trentacinque anni da quel momento, ma il pubblico è ancora qui, pronto ad accogliere quel bambino che con tanto coraggio e determinazione, mira a difendere orgogliosamente la propria casa. Il film rappresenta la slapstick comedy americana per eccellenza, genere definito da una grammatica visiva fatta di cadute, rincorse, acrobazie e gag fisiche esasperate, vantando di pionieri quali Charlie Chaplin, Stan Laurel e Oliver Hardy (in arte Stanlio ed Ollio), tipologia di film che tra l’altro, prende il nome da un dispositivo realmente esistito, lo slapstick, strumento costituito da due pezzi di legno che sbattendoli insieme, producono un forte rumore, accentuando così una violenza simulata.
Quando un film continua ad avere successo negli anni, vuol dire che la sua struttura narrativa possiede una solidità rara: la storia ha sicuramente l’intento di divertire il pubblico, ma pone anche un importante focus sul percorso di crescita di Kevin, mostrando come il suo iniziale desiderio di restare da solo per le feste, gli si ritorci contro. Il soggetto del film venne in mente allo sceneggiatore John Hughes che nel corso di un viaggio in Europa insieme alla sua famiglia, si domandò cosa sarebbe successo se uno dei suoi bambini fosse rimasto accidentalmente a casa da solo: fu così che l’idea divenne una sorta di pensiero costante per tutta la durata della vacanza, portando l’autore ad immaginare tutti gli scenari possibili; al suo ritorno negli Stati Uniti, Hughes decise di trasportare tutte le scene immaginate in una sceneggiatura.
Lo script finì in modo piuttosto casuale nelle mani del regista Columbus che in quel periodo, stava lavorando alla realizzazione di Un Natale Esplosivo: nel corso di una telefonata, il regista si trovò a confidarsi e a lamentarsi con Huges di alcune problematiche presenti sul set, arrivando ad affermare di non voler più dedicarsi all’opera cinematografica e fu così che lo sceneggiatore colse l’occasione per inviargli la sceneggiatura di Mamma Ho Perso l’Aereo. Inaspettatamente, Columbus si trovò a dirigere un’altra pellicola natalizia, probabilmente senza rendersi conto che questa sarebbe passata alla storia.
La sceneggiatura del film gioca molto bene sulla creazione di un’atmosfera rassicurante e calorosa come la casa della famiglia McCallister, focalizzandosi sulle relazioni familiari e sulla complessità di vivere insieme quando si è in tanti: gli autori decidono di utilizzare il disordine, presente nell’abitazione, per costruire il punto di vista di Kevin, personaggio immerso in un sistema familiare dove la propria voce sembra costantemente sovrastata; pertanto, dimenticare il piccolo della famiglia a casa rappresenta l’episodio scatenante in cui si concretizza e si consolida tale invisibilità. Degno di nota è l’eccellente lavoro svolto per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi: ogni familiare possiede una personalità ben distinta e riconoscibile tra il fratello maggiore che assume un tono presuntuoso e arrogante e gli zii la cui unica fonte di simpatia sono i maglioni colorati, un quadretto che fa riflettere su quanto il desiderio di restar solo per Natale sia comprensibile – per ora.
Qui entra in gioco il concetto del coming-of-age: ritrovandosi da solo con due ladri pronti a tutto pur di entrare, Kevin attraversa un’intensa evoluzione personale, sviluppando una creatività, un’intelligenza e una consapevolezza che vanno ben oltre la sua età. L’autonomia del bambino non viene presentata soltanto in termini di eroismo, bensì rappresenta un vero e proprio percorso di responsabilizzazione che nasce dall’urgenza di affrontare una situazione decisamente pericolosa; la lontananza della famiglia consente al protagonista di riappropriarsi del proprio valore, di costruire una solida autostima che gli permetta di sentire un senso di fierezza, orgoglio e soddisfazione personale. Parallelamente, l’opera pone una grande attenzione sul valore del legame affettivo attraverso la madre di Kevin, donna pronta a tutto pur di ritornare dal suo piccolo, portando la famiglia stessa, sempre stata disunita nel suo caos, ad acquisire determinate consapevolezze: l’importanza dell’esserci l’uno per l’altro, il valore della presenza, il riconoscimento reciproco e l’accoglienza delle fragilità e delle vulnerabilità di ciascuno.

Sul piano registico, Columbus porta lo spettatore ad entrare nella psiche di Kevin, proiettando quest’ultima in un lavoro di inquadrature davvero ben preciso: il regista utilizza angoli, corridoi e livelli della casa per rappresentare le sfumature emotive del personaggio come nel caso della cantina, scura e minacciosa, che incarna la paura infantile – e non – dell’ignoto e del buio, difatti la caldaia, attraverso un’inquadratura timorosa e ravvicinata, sembra possedere una vera e propria anima, essa prende vita come fosse una figura mostruosa e spaventosa, simbolo del timore immaginato, ma non reale. L’introduzione dei ladri, Harry e Marv, interpretati magistralmente da Joe Pesci e Daniel Stern, trasforma completamente la prospettiva da cui osservare la casa: ogni stanza non rappresenta più un semplice ambiente, bensì diventa un luogo strategico, un territorio da difendere e a dirigerne i fili, è un bambino geniale.
Il lavoro svolto sulle trappole ideate da Kevin è a dir poco sublime, vi è una cura estrema per ogni singolo dettaglio: le traiettorie dei movimenti e le distanze ben studiate tra porte e finestre creano una sorta di coreografia, uno spettacolo orchestrale dove il bambino sente il dovere di affermare la propria forza e il proprio coraggio. Così, l’opera recupera la tradizione del cinema classico dove la casa non è un semplice luogo, ma un personaggio – come nell’eclatante caso di Psycho (1960) di Alfred Hitchcock, opera in cui gli interni del motel trasmettono una sensazione soffocante, piena di memoria, rivelando progressivamente il trauma di Norman, pertanto la mente del protagonista prende forma nella sua abitazione – nel caso del cult natalizio, invece, la casa di Kevin non diventa soltanto una trasposizione visiva della sua emotività, ma un vero e proprio alleato.
Il lavoro svolto sulle gag è straordinario: accompagnate dalla colonna sonora di John Williams, esse vengono riprese con ritmati, incalzanti e dinamici movimenti di macchina, il tutto unito in modo impeccabile da un montaggio che mira a massimizzare l’effetto comico. Ponendo un focus sulle musiche, Williams conferisce al film una melodia quasi epica, muovendosi tra riferimenti ai classici canti natalizi e viaggiando attraverso suoni orchestrali che amplificano la tensione delle sequenze d’azione, creando così sostegno e supporto da parte della platea verso il main character. Dal punto di vista visivo, viene sicuramente svolta una gran cura degli interni con una particolare attenzione ai colori: la saturazione donata al rosso e al verde, tonalità ricorrenti nella scenografia e nei costumi, contribuisce alla realizzazione di un’immagine natalizia quasi fiabesca, creando così un forte contrasto tra l’immaginario festivo rassicurante e la minaccia presente. La casa diventa un posto dove l’estetica delle feste è in continuo dialogo – e in continuo conflitto – con la componente più drammatica, tesa e rischiosa della storia, ponendo il pubblico in uno stato emotivo altalenante tra l’attrazione per il contesto natalizio e l’imprevedibilità delle vicende.

La formula narrativa risulta d’effetto: in virtù di ciò, il sequel Mamma ho riperso l’aereo – Mi sono smarrito a New York (1992), sceglie di non allontanarsi troppo dal concetto originale, recuperando la dinamica tra Kevin e i due ladri, ma ampliando la tensione: il bambino, ormai, non si trova più nel comfort della propria casa, bensì è solo in una grande città dove non ha alcun luogo come principale punto di riferimento; eppure, il carisma e l’ingegno di Kevin colpiscono ancora, così come l’intento dell’autore e del regista di intrecciare nuovamente avventura, slapstick comedy e sentimento.
A trentacinque anni di distanza, Mamma ho perso l’aereo resta un vero pilastro del cinema natalizio e non solo per la sua irresistibile componente comica, ma per la sua sensibilità nel raccontare il coraggio, il timore, il bisogno di sentirsi visti, accolti, ascoltati e amati. Ogni anno, nel corso delle feste, l’opera entra nelle case delle persone con l’intento di parlare a ogni generazione, ricordando come la magia del Natale e il calore umano siano perfettamente in grado di illuminare ogni paura.
SITOGRAFIA
Why is Slapstick Comedy called that?, Britannica https://www.britannica.com/one-good-fact/why-is-slapstick-comedy-called-that
Tutto quello che non sai su Mamma Ho Perso l’Aereo, Anonima Cinefili https://www.anonimacinefili.it/2018/12/25/mamma-ho-perso-laereo/
FILMOGRAFIA
Home Alone – Mamma ho perso l’aereo (1990), Chris Columbus
Un Natale esplosivo (1989), Jeremiah S. Chechik
Mamma ho perso l’aereo – Mi sono smarrito a New York (1992), Chris Columbus
Psycho (1960), Alfred Hitchcock

