
È dal 1985, anno di uscita in VHS, che appassionati cinefili e curiosi spettatori attendono di vedere sul grande schermo il capolavoro del regista giapponese Mamoru Oshii, L’uovo dell’angelo (trailer). A permetterlo arriva il Festival di Cannes nel 2025, che offre una nuova versione restaurata in 4K, giunta nelle sale italiane mediante distribuzione Lucky Red.
Cosa rende L’uovo dell’angelo un film cult per i fan dell’original anime video? L’opera di Mamoru Oshii è già leggenda a partire dalla collaborazione con uno dei più grandi illustratori giapponesi di tutti i tempi, Yoshitaka Amano, che qui firma al fianco del regista anche la sceneggiatura. La sua inconfondibile cura estetica dà vita al grande mondo desolato in cui è ambientata la storia della sua piccola protagonista. In un pianeta apparentemente disabitato si muove infatti una bambina dai lunghi e filamentosi capelli bianchi, che vaga per le strade di città fantasma e valli desolate. La sua unica compagnia e fonte di conforto è rappresentata da un uovo misterioso, che tiene con cura al riparo sotto la sua veste, poggiato sul grembo. Le giornate della giovane si susseguono in un continuo vagare senza direzione, né obiettivo, con la fertile curiosità dello sguardo fanciullesco. In una delle ennesima notti impregnate di acqua piovana però, a bordo di imponenti macchinari dalle forme di insetto, sbarca un misterioso uomo. Questo decide di seguire la bambina, determinato a scoprire cosa ci sia all’interno dell’uovo, portando con sé il peso letterale di un arnese un po’ croce e un po’ arma che gli si poggia sulla schiena.
È negli essenziali dialoghi tra i due protagonisti che si instaura il cuore narrativo ed emotivo dell’opera. L’uovo dell’angelo non utilizza infatti il post-apocalittico e le sembianze distopiche-fantascientifiche per creare una storia dall’incredibile world building fine a sé stessa. Mamoru Oshii osa, e dirige un film dai numerosissimi spunti filosofici ed esistenzialisti.
L’uovo stesso si fa portavoce di simboli, più nello specifico di vere e proprie visioni del mondo. Il giovane uomo narra alla bambina la storia dell’Arca di Noè, ma non è il mito dalle Sacre Scritture come lo si è abituati a ricordare. La colomba che dovrebbe tornare sull’imbarcazione per riportare speranza alla truppa di Noè e i suoi animali non arriverà mai. La bambina ribatte allora che lei sa dove si trova e che l’uovo ne contiene un altro esemplare, e porta per mano l’uomo per le vie della città fantasmatica. Arrivata a destinazione, gli mostra l’uccello: non si tratta di una colomba, ma del fossile di una creatura mostruosa, un angelo oscuro per sempre impresso sulla roccia. Questa singola scena rappresenta due interpretazioni della realtà antitetiche tra loro. La bambina ha fede nell’uovo, crede che custodendolo stia proteggendo qualcosa di prezioso, che finalmente darà senso a una vita che altrimenti procede per inerzia. Il suo sguardo è puro, verginale, si annega nella dolce illusione come un insetto nel miele. Ma il giovane uomo, disincantato e sempre più rassegnato, non riesce a fare lo stesso, vede nell’uovo qualcosa di negativo e buio come il mondo che lo circonda. È per questo che lo distrugge.
È straziante, come lo è l’urlo agghiacciante della bambina che regge il guscio rotto con mani tremanti la mattina seguente. Corre piangendo, alla ricerca di spiegazioni, di qualcosa che possa nuovamente darle un senso, e nel farlo cade. I suoi capelli bianchi, il suo aspetto lattonico si dissolvono precipitando in un’acqua inchiostrata che la cambia definitivamente. Diventa simbolicamente donna, e poi santa, cristallizzata definitivamente dopo aver perso la sua unica fonte di calore umano. Lo stesso oggetto rappresenta da un lato certezza e appiglio, dall’altro speranza rotta, ennesima delusione.

Si tratta di un ulteriore prolungamento di un’attesa eterna, leitmotiv dell’intero film. Tutto è in eterna sospensione, in breve movimento per poi ritornare allo stesso stato di poco prima. in uno spicchio di universo che osservato dall’alto sembra proprio un’imbarcazione come quella di Noè. Si tratta di un’attesa di pura delusione, di un’illusione che diventa ragione di vita. Gli unici abitanti di questo desolato mondo sono dei guardiani dalle lunghe lance, statuari nel loro aspettare, come gargoyle con le fauci spalancate. Si mettono in azione solo per inseguire ombre di enormi pesci riflesse sui palazzi, che tentano inutilmente di colpire con le loro armi. Sono fantasmi di qualcosa che non esiste più, che cercano invano di inseguire e catturare, ricordi inafferrabili impressi su pietra come l’ombra umana di Hiroshima. Questa eterna routine è però l’unica forma di vita possibile, univoca e senza alternativa. Sono le sagome riflesse sulle pareti della caverna di Platone, che incantano e diventano l’unica interpretazione accettabile quando la realtà spaventa troppo.
Il mondo creato dalle menti illuminate di Mamoru Oshii e Yoshitaka Amano introduce lo spettatore in un’atmosfera sospesa ed oscura. Il senso di ineluttabilità dell’oscurità che lo cosparge è talmente forte da far dubitare che sia esistito qualsiasi altro luogo prima di quello, prima di quel nulla. La pioggia cade incessantemente come in un eterno Diluvio Universale sulle mura degli enormi edifici goticheggianti. È congeniale la scelta di utilizzare questo stile architettonico, che da sempre rappresenta il tentativo terreno di raggiungere il divino. La fede, la ricerca disperata di un significato nascosto è tema centrale del lungometraggio e i luoghi in cui è ambientato ne trasudano.
Dieci anni prima di dirigere Ghost in the Shell, il regista giapponese presenta al pubblico appassionato un’opera già intrisa di spunti filosofici. Mancano le stupefacenti sequenze d’azione dei film a seguire e l’interesse per il futuristico, preferendo in questo caso un film dallo spunto iniziale apparentemente semplice, ma che ben presto si svela in tutta la sua enigmaticità. L’uovo dell’angelo si presenta come un post-apocalittico che non fornisce spiegazioni univoche, lasciando lo spettatore di fronte ad uno spettacolo splendido ed insieme terrorizzante. Quarant’anni dopo il disastro nucleare in Giappone, il film di Mamoru Oshii torna ad interrogarsi sulla mancanza di senso e sulla possibilità di vivere con una fede nel bene ormai dilaniata.
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