Ammazzare stanca, la recensione del film di Daniele Vicari

ammazzare stanca, la recensione del film

«Che io mi ricordi, nella vita ho sempre voluto fare il gangster». No, questo non è l’articolo dedicato ai 35 anni di Quei Bravi Ragazzi, ma la frase è comunque attinente. Attinente come potrebbe esserlo per introdurre un qualsiasi articolo su un qualsiasi gangster movie. Questa volta a “deliziare” il pubblico nelle sale italiane c’è Ammazzare stanca (trailer), il nuovo film di Daniele Vicari con Gabriel Montesi, Rocco Papaleo, Selene Caramazza e Andrea Fuorto

Il titolo sul quale si potrebbe fare della facile ironia è il medesimo dell’autobiografia da cui prende ispirazione, quella di Antonio Zagaro. Zagaro (Gabriel Montesi) è stato un esponente di medio rango di un clan legato alla Ndrangheta, attivo nella provincia di Milano tra gli anni 70 e 80. Descrivere in questo modo il background del personaggio gli rende anche fin troppa giustizia, poiché tutto questo si potrebbe riassumere con: “la storia del killer meno temibile della storia dei killer meno temibili”. La vera peculiarità di Zagaro, rispetto ai vari gangster già visti al cinema, risiede nella sua emofobia, la paura del sangue che, per un killer referenziato, può essere un problema lavorativo non da poco.

Il “povero” protagonista vive il dramma di sparare in testa alle persone tra un conato di vomito e un giramento di testa, terribile davvero. Gli ulteriori drammi di Zagaro sono nel rapporto con la figura paterna, oppressiva e autoritaria (Vinicio Marchioni) e con il fratello minore (Andrea Fuorto), sottoposto ad un villan arc degno di Tobey Maguire in Spiderman 3, con tanto di matita nera. L’ingenuità della scrittura si manifesta non solo nella scarso approfondimento dei personaggi maschili, ma anche nella totale assenza di quelli femminili, relegati a figure comprimarie, accessorie, mai parte integrante della storia. 

Come già detto, si potrebbe fare della facile ironia sul titolo, dicendo che Ammazzare stanca è un film stanca realmente e, nonostante ciò corrisponda alla verità,  in questa sede ci saranno argomentazioni più opportune di questa. Soprassedendo su un lato tecnico mediocre, la vera lacuna del film è la qualità della narrazione. Film o serie come Romanzo Criminale, Vallanzasca, Suburra e Gomorra hanno portato avanti un’idea precisa di “gangster movie all’italiana”, almeno in tempi recenti. Nel caso del film di Vicari, si assiste ad un’ibridazione tra il contesto italiano e una narrazione più americana, spumeggiante, che vorrebbe rimandare a film come Quei Bravi Ragazzi senza sfiorarli nemmeno lontanamente. Così vediamo il grottesco accento calabro di Vinicio Marchioni e l’esilarante prova di Rocco Papaleo contrapporsi alla perfetta dizione del Colonnello Becker, impiegato nelle operazioni di cattura, che gioca con uno zippo come se fosse un ufficiale nazista in Schindler’s List.  Rappresentazioni che vanno dal grottesco allo scontato, dalla caricatura alla pantomima. 

ammazzare stanca, la recensione

Le controindicazioni di scrivere una sceneggiatura senza mordente sono varie, tra le quali possiamo trovare una leggera noia, frutto del totale disinteresse per ciò che si sta guardando. Non che il film non abbia i suoi momenti, come Vinicio Marchioni che sputa ad un neonato seminudo, o Rocco Papaleo che cerca di essere minaccioso prendendo a schiaffi un suo scagnozzo, suscitando una certa ilarità. Nonostante questi picchi narrativi siano considerabili quasi delle “gemme” del cinema italiano, e della settima arte in generale, non bastano a giustificare la durata di 129 minuti. Se l’intento era quello di far provare allo spettatore l’ebrezza di un sequestro di persona allora potremmo parlare di un “capolavoro metacinematografico”, se invece lo scopo era intrattenere allora il discorso è leggermente diverso.

Il problema di Ammazzare stanca è non avere una direzione precisa. Non ha il protagonista carismatico di Vallanzasca, non ha la chimica tra gli attori di Gomorra, non ha le ottime interpretazioni di Romanzo Criminale, non ha l’originalità giusta per emergere con un titolo che non sia l’ennesimo e generico Nemico pubblico n 1 e, in conclusione, non riesce nemmeno ad intrattenere con topoi narrativi classici, se non addirittura banali.

Ammazzare stanca è figlio di un genere che ha avuto successo anni fa, una creazione di quel gigante che fu Romanzo criminale che, involontariamente, ha creato una serie di copie sbiadite di sé stesso. Il problema reale è che Ammazzare stanca è il chiaro segno di un cinema che non ha più nulla da dire, a meno che non ci si reinventi, ma vista la pigrizia qui mostrata, questa sembra solo una flebile speranza. Infine, dopo le dovute osservazioni, è il caso di dire che Ammazzare stanca è un prodotto che stanca realmente.

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