Il prodigio, la recensione del nuovo film targato Netflix

Il 16 novembre è uscito su Netflix Il prodigio (trailer), il nuovo film con protagonista la ormai popolarissima Florence Pugh. La pellicola è diretta da Sebastian Lelio, regista cileno premio Oscar per Una donna fantastica, del 2017, ed è scritto da Emma Donoghue, anch’essa candidata agli Oscar nel 2015 per la sceneggiatura di Room, di cui scrisse l’omonimo romanzo. Emma Donoghue è anche l’autrice del romanzo da cui Il prodigio è tratto, che si ispira a vicende realmente accadute nelle Midlands irlandesi, in cui girava la voce di giovani ragazze che riuscivano a sopravvivere per un lungo periodo di tempo senza mangiare: le cosiddette “fasting girls”.

Nel film Florence Pugh veste i panni di una giovane infermiera inglese, Elizabeth Wright, con un triste passato e la dura esperienza della guerra alle spalle. Elizabeth viene chiamata nelle Midlands irlandesi per sorvegliare per due settimane la piccola Anne O’Donnel (Kila Lord Cassidy), la cui storia sta facendo il giro del mondo. È, infatti, dal suo undicesimo compleanno che Anne ha promesso di non toccare cibo. Sono passati ormai quattro mesi e la ragazzina e la sua famiglia giurano che ella si nutre solamente della “manna dal cielo” inviatole da Dio. 

Il paese si divide tra chi grida al miracolo e tra chi spera che la risoluzione del mistero della sua sopravvivenza possa condurre a una scoperta che possa cambiare la storia della scienza. Elizabeth, Lib per la bambina, non è interessata all’osservazione e all’indagine per la quale verrà pagata, la sua unica premura è salvare la devotissima Anne, in uno stato di salute che di giorno in giorno diventa sempre più precario. Nel villaggio Lib conosce il giornalista William Byrne (Tom Burke), con il quale condivide il timore per il destino della bambina e il desiderio di scoprire la verità. 

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Nel film si parla di storie: “non siamo niente senza le storie”, storie di dolore e di morte, ma anche di fede e di forza. Una storia anche di coraggio, il coraggio dimostrato da Lib, che da subito si oppone con forza all’oppressione maschile alla quale è costretta. Non è una novità, Lelio è infatti noto per i suoi ritratti femminili dalla disarmante onestà e sensibilità, basti pensare alle protagoniste di Disobedience o a Gloria. Il film tocca tantissimi temi importanti, come la violenza sessuale, il corpo femminile, la fede, l’amore, la famiglia.

Ma è soprattutto il tema della lotta tra superstizione e religione, fede e scienza a farsi spazio nella pellicola, sullo sfondo di una società alle prese con un enorme trauma da cui deve ancora guarire. Il film è soprattutto, però, la storia di una donna che per amore salva una ragazzina da un destino miserabile. Ancora una volta Florence Pugh conferma il suo incredibile talento, restituendo, infatti, la complessità del personaggio che interpreta cogliendone ogni sfumatura: il suo dolore e la sua infinita devozione.

È interessante il modo in cui il regista sceglie di raccontare questa storia, elevando la concettualità artistica dell’opera con un’audace contro-campo meta-cinematografico. Ci invita a credere alla storia che viene raccontata, mostrandoci però fin dalla prima scena la verità, ovvero il set cinematografico sulla quale la storia viene costruita. Il prodigio si interroga dunque sulla verità dei racconti e allo stesso tempo ci pone davanti a una scelta: rimanere prigionieri o evadere dalla favola che ci raccontiamo. “Fuori” o “dentro”, come il gioco che William regala ad Anne, l’illusione ottica di un passero disegnato che può essere fuori o dentro la gabbia a seconda del vento che lo fa girare. Siamo noi a decidere. 

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