
Presentato alla 29ª edizione del Festival di Cannes, L’inquilino del terzo piano di Roman Polański, il cui titolo originale è Le Locataire, viene distribuito nelle sale il 26 maggio 1976. Il film è il terzo, dopo Repulsion (1965) e Rosmary’s baby (1968) della cosiddetta “trilogia dell’appartamento”, la quale ha come tema portante il crollo psicologico dei protagonisti, derivante dai luoghi malsani da loro abitati.
L’opera narra del trasferimento di Trelkowski, impiegato polacco naturalizzato francese, in un bilocale parigino. La precedente inquilina dell’appartamento, Simone Choule, ha tentato il suicidio gettandosi dalla finestra. Trelkowski riuscirà a prendere in affitto il bilocale, la sua presenza non sarà però gradita dagli inquilini del palazzo, infastiditi dai più piccoli rumori. Questi ultimi inizieranno a trattarlo come Simone Choule, indirizzandogli anche la posta della ragazza ormai defunta. Da questi comportamenti oppressivi e alienanti, Trelkowski inizierà una lenta psicosi contro la quale lottare.
Nel romanzo dal quale è tratto il film, Le Locataire chimérique (1964) di Roland Topor, il protagonista non è di origini polacche, ma russe. L’interpretazione di Trelkowski da parte dello stesso regista Roman Polański, instaura un’evidente lettura biografica da adoperare nella significazione dell’opera.

Trelkowski è considerato come estraneo all’ambiente parigino, specialmente all’interno del condominio. I proprietari dell’appartamento, anche loro inquilini del palazzo, sono dei signori anziani che evidenziano al protagonista ogni suo minimo rumore o disattenzione, creando un clima di tensione e controllo sull’inquilino, vista la difficoltà nel trovare un appartamento. Essi suggeriscono lui di adottare le abitudini appartenenti alla ragazza che lo ha preceduto, suicidatasi poco prima. Trelkowski inizia a frequentare il bar sotto casa, dov’era solita andare Simone Choule, dove i lavoratori offrono lui la solita colazione che la ragazza prendeva e le sigarette che acquistava. Da queste piccole azioni la personalità di Trelkowski inizia ad essere allontanata, per essere rievocata quella di Simone.
Trelkowski inizia a vivere nell’appartamento con gli oggetti lasciati dalla ragazza, all’interno dei mobili impossibili da spostare per non recare disturbo. I vestiti della defunta rimangono nell’armadio, tutto è fermo alla vecchia abitazione, non predisposto ad una nuova identità da accogliere. Il bilocale si fa quindi simbolo di un’intimità violata e mai pienamente vissuta, anche il bagno è diviso dall’abitazione, collocato in fondo al corridoio per uso condiviso. Ciò porterà il protagonista non solo a non potersi ambientare nella nuova abitazione, ma a perdere lentamente il contatto oltre che con la sua identità, anche con il proprio corpo.

La distanza crescente che si crea tra la mente del protagonista e il suo corpo è indicata, oltre che dall’uso frequente di alcolici, dal suo rapporto con la sessualità. Personaggio femminile di riferimento per questo discorso è Stella (Isabelle Adjani), un’amica di Simone Choule, la quale viene introdotta fin dall’inizio dell’opera. La ragazza e Trelkowski creano subito un legame, che però non sfocerà mai nella consumazione di un rapporto fisico, nonostante i numerosi incontri. Questa distanza dalla sfera sessuale sarà un ulteriore elemento che porterà Trelkowski ad allontanare la sua capacità di affermarsi come individuo e riconoscersi, fino a portarlo al travestismo.
Durante la visione il confine tra l’identità e il corpo di Trelkowski, con l’identità e il corpo di Simone Choule, si fa sempre più labile. La presenza di sempre più oggetti egizi all’interno delle scenografie e della narrazione, porta al tema della reincarnazione di Simone in Trelkowski. Quando, dopo il tentato suicidio, viene mostrata la ragazza al letto dell’ospedale, è infatti completamente bendata, dalla testa ai piedi come era solito adornare le salme in Egitto. Il volto di Simone coperto dalle bende indica anche l’assenza d’identità e l’espropriazione dalla vita che vivrà Trelkowski.

L’allontanamento dalla propria persona, in seguito ad una percezione della realtà sempre più compromessa, si evince ulteriormente dalle superfici che circondano il protagonista. Trelkowski è spesso collocato vicino a superfici riflettenti o trasparenti, simbolo di una realtà filtrata. Egli si relaziona con gli inquilini del palazzo tramite gli spioncini o i vetri delle porte-finestre, quando è invece in un ambiente esterno, sono presenti vetrine e specchi. L’allontanamento con la realtà viene coronato ufficialmente quando Trelkowski infrange i vetri presenti nella tettoia sotto la sua finestra, esattamente come aveva fatto l’inquilina precedente.
Il culmine della psicosi di Trelkowski si manifesta, oltre nel travestismo in Simone Choule, nel volere una performace finale sporca e rumorsa. Da questa volontà mette a soqquadro l’appartamento di Stella, cerca una pistola e rompe i vetri del lucernario sotto la sua camera. Ciò è dettato dalla repressione da parte degli inquilini nell’aver sempre preteso da lui assoluto silenzio e massima pulizia, avendogli reso impossibile la sua affermazione identitaria e avendolo portato completamente all’alienazione.

