Domina, la recensione della serie TV su Sky

La recensione della serie Domina

La storia non è mai stata generosa con le donne, e questo ce l’hanno insegnato sin dal momento in cui abbiamo imparato a parlare. Relegate al culto della casa e della famiglia, destinate a trovare la piena realizzazione della propria vita nel matrimonio, uccise e poi martirizzate per rimediare all’errore, sono tante le figure femminili che la storia – scritta dagli uomini e destinata agli uomini – tende ad oscurare. Tra tutte, e probabilmente più di tutte, vi è Livia Drusilla, protagonista della serie televisiva italo-britannica targata Sky, Domina (trailer). La serie, diretta da Claire McCarthy, David Evans e Debs Paterson, nata da un’idea e dalla sceneggiatura di Simon Burke, racconta l’ascesa al potere di Livia Drusilla (interpretata da Kasia Smutniak), prima Augusta dell’Impero romano.

Dopo aver assistito alla caduta in rovina della propria famiglia, sostenitrice della Repubblica, per mano di Ottaviano Augusto, presto si rivolge al suo stesso nemico per sfuggire al matrimonio infelice con Tiberio Claudio Nerone e per conquistare ciò che da sempre l’è stato negato: il potere. Livia è una figura controversa ed ambigua, che per «restaurare la Repubblica deve prima distruggerla», e la serie non manca di mostrare il suo lato più machiavellico: è un personaggio che pensa e riflette tanto, forse troppo, perfettamente consapevole di dover essere sempre un passo in avanti per sopravvivere in un mondo dominato dagli uomini; abile stratega dalla morale grigia, il suo scopo principale è assicurare il potere ai suoi figli, Tiberio e Druso, nonostante ben presto le si venga fatto notare che, accecata dalla propria sete, sembra aver perso d’occhio il proprio obiettivo. 

La sceneggiatura strizza l’occhio ai racconti di Svetonio e Tacito, due storiografi dell’antichità che ci hanno tramandato – se dando voce alla verità o a dei pettegolezzi non ci è dato saperlo – l’immagine di una donna austera, la perfetta incarnazione della matrona romana, ma al contempo manipolatrice, capace di tirare le fila dell’Impero romano da dietro le quinte, lontana dai riflettori occupati dagli uomini. Un’immagine, questa, che nella serie si muove tra intrighi personali e sociali, tra drammi e un qualcosa che spesso i prodotti mediatici tendono a far passare in sordina: l’amicizia e la collaborazione tra donne.

Livia, difatti, è accompagnata dalla figura di Antigone (interpretata da Colette Dalal Tchantcho), prima sua ancella e poi fidata compagna sin dall’infanzia, la mano dell’imperatrice che agisce e compie il lavoro sporco. Se Antigone è, tuttavia, un personaggio creato ad hoc, tra i nomi delle altre figure femminili – chi più marginale, chi invece particolarmente ingombrante – spiccano quelli di Giulia, Ottavia e Scribonia, affiancate da personalità maschili quali Ottaviano Augusto, Marco Antonio, Marcello, Marco Vipsanio Agrippa e Mecenate.

Storicamente accurata negli eventi, è il linguaggio della serie, decisamente più moderno di quanto possiamo aspettarci, a far sorgere qualche dubbio circa la sua affidabilità; tuttavia, non sono certamente questi dettagli a rendere la serie meno godibile. Quel che cattura l’occhio, inoltre, sono le scenografie sontuose e i costumi indossati dai personaggi, realizzati da niente di meno che Gabriella Pescucci, premio Oscar per L’età dell’innocenza. Con un equilibrio tra vicende personali e il panorama politico della Roma Imperiale, Domina è una serie per nulla scontata e che porta con sé un messaggio fondamentale: quello che le donne, e nel nostro caso Livia Drusilla, possono avere obiettivi ed ambizioni persino più grandi degli stessi uomini e che per raggiungerli, in un mondo come quello ritratto da Domina, a volte bisogna sfoderare le proprie carte migliori, anche a costo di sfociare nella crudeltà. 

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